Tipo di percorso: Traversata in bikepacking
Durata: 15 giorni (senza trasporto per raggiungere il punto di partenza)
Partenza: El Calafate, Argentina
Arrivo:Ushuaia – Terra del Fuoco, Argentina
Località toccate:El Calafate (Argentina), Parque Nacional Los Glaciares – Perito Moreno (Argentina), Tapi Aike (Argentina), Paso Don Guillermo (Argentina), Cerro Carrillo (Chile), Puerto Natales (Chile), Punta Arenas (Chile), Porvenir (Chile), Paso San Sebastian (frontiera), Rio Grande (Argentina), Lago Yehuin (Argentina), Tolhuin (Argentina), Lago Escondido (Argentina), Ushuaia (Argentina)
Km: 1.030
Dislivello: +8.000 metri di dislivello
Quando è meglio affrontarlo: Il periodo migliore per attraversare il sud della Patagonia va da fine novembre a fine febbraio, anche se a quelle latitudini non è inusuale vedere 4 stagioni in un solo giorno.
Tipologia di bici consigliata: Gravel da viaggio o adventure bike con pneumatici da 45 o 50 mm tubeless
Questa è la seconda parte del viaggio in bikepacking in Patagonia, da El Calafate a Ushuaia (Argentina), passando dal Cile, scritto da Franco Dutto. Per leggere il primo capitolo – la parte di viaggio da El Calafate a Porvenir – clicca qui.
2 dicembre – giorno 7
105 km, 610 metri di dislivello, 6 ore e 20 minuti
Dopo il diluvio della notte il cielo è tersissimo e i colori all’alba sono così intensi da rimanerne incantati: il sole riflette sulle lamiere della baracca in riva al mare, i ciottoli della spiaggia luccicano e la natura sembra risvegliarsi dal sonno notturno. L’aria è fredda, ma abbiamo imparato che partire presto fa sì che per almeno qualche ora il vento non ci sia. Carlitos ci saluta con la mano e dopo pochi minuti è solo un punto lontano, dietro di noi.
Sulla grande strada sterrata che costeggia il mare non c’è nessuno; i camion che stanno costruendo la nuova strada non sono ancora partiti e il silenzio è quasi assoluto, rotto solo dal canto degli uccelli e dal rumore che i pneumatici fanno sulla ghiaia. Si sale e pendenze del 10% sembrano montagne con una bicicletta così pesante. Dopo circa 23 km arriviamo in cima dove troviamo uno di quei rifugi tipici della Patagonia, sufficienti per passarci una notte in caso di necessità, proprio dove inizia la Ruta Y-635 e il Circuito de Oro, un percorso turistico di circa 115 km nel cordón Baquedano, con viste panoramiche e interesse storico legato alla ricerca dell’oro. Teniamo la destra sulla Ruta Y-17 che scende progressivamente verso il bivio che va al Paso San Sebastian, al Cerro Sobrero oppure a Pampa Guanaco con la colonia di Pinguini Rey; saranno 40 km di strada prima sterrata e poi asfaltata ma non ancora aperta al traffico.
Immaginatevi un manto stradale nuovo di zecca, completamente liscio e a totale disposizione di 7 ciclisti, un percorso piatto o leggermente in discesa, il vento che soffia poco e a favore, l’immensità della pianura, i guanachi, quagli alberi cresciuti nel vento e con tutte le fronde rivolte verso est; insomma, 40 km pedalati in velocità e godendosi il panorama delle otto del mattino. Ecco il Cruce Onaisin: due “Refugios” in condizioni pietose (ma i ciclisti che passano di lì non potrebbero avere un po’ più di rispetto del luogo e soprattutto di chi ci passerà dopo di loro?), rifiuti ovunque e una puzza che neanche in una latrina romana; il grande cartello che indica la Colonia dei pinguini, e la deviazione per la Ruta 257, che prendiamo.
Mancano ancora 50 chilometri di strada nazionale senza particolari attrazioni, abbastanza veloce da percorrere se il vento è a favore come oggi, un traffico scarso e prevalentemente di mezzi pesanti. Arriviamo uno dopo l’altro all’area della prima frontiera, quella cilena. Qui ci fermiamo all’Hostaria La Frontera, gestito da tanti anni da una famiglia; peccato che sia troppo presto per pranzare e purtroppo anche per dormirci; scopriremo presto che al di là del confine cileno è impossibile trovare alloggio e saremo costretti a buttar via un intero pomeriggio in un locale orribile e poi dormire nel refettorio della dogana argentina, grazie al buon cuore del personale di sorveglianza.




3 dicembre – giorno 8
80 km, 190 metri di dislivello, 3 ore e 20 minuti
Sveglia alle 4,40 del mattino, colazione nel refettorio della Dogana e poi si va verso Rio Grande. Il passo frontaliero apre alle 6, e non alle 8 come la nostra guida ci ha detto, scoraggiandoci dal fermarci prima della frontiera argentina e dormire in un letto vero, e ovviamente il traffico è inesistente. Silenzio, la luce dell’alba, il freddo intenso, le colline dolci che contrastano con il cielo limpido, le Ruta Nacional 3 che sale, gira a destra e apre la vista sulla Bahia di San Sebastian.
Dopo pochi chilometri decido di lasciare i compagni e pedalare da solo verso la capitale della regione fuegina, concentrandomi e mantenendo un ritmo sostenuto, godendo della solitudine assoluta del mattino che sta nascendo, padrone di una strada che sale per circa 8 km e poi inizia a riscendere attraversando il grande promontorio che separa la Bahia dall’Oceano. Sono 40 km di territorio senza confini, senza una casa, senza nessun segno di vita (neppure i guanachi pur sempre presenti in questo viaggio, almeno fino ad ora) ma bellissimo, con il solo rumore dell’aria tagliata dalla bicicletta e le mani intirizzite dal freddo, ed ecco l’Oceano, i primi campi petroliferi con le pompe meccaniche così simili a dinosauri solitari con le grandi teste che vanno su e giù, come a brucare l’erba sottostante, in un moto senza fine.
Arrivato al 70° chilometro inizia la città con la sua enorme e disordinata (e trafficata) zona industriale, il Barrio Norte; ma dopo un paio di chilometri la lunghissima pista ciclabile che porta al centro di Rio Grande e permette di pedalare con tranquillità e senza il rischio di essere investiti dal traffico del mattino, visto che sono passate da poco le otto. Arrivo all’Hostel Argentino giusto in tempo per vedermi offrire una colazione fatta di caffè e di ciambelle indimenticabili. L’Oceano Atlantico, visto dalla lunga litoranea che disegna il bordo della città, è di una bellezza calma, quasi religiosa. La mattina presto la bassa marea offre spiagge immense dove la gente del posto si reca a passeggiare e a pescare, regalando fotografie in bianco e nero, ma anche cieli infiniti e bellissimi
Sarà uno degli strani scherzi che a volte gioca il destino di un sognatore, ma al supermercato trovo una bottiglia di Malbec con un’etichetta raffigurante una motocicletta, la famosa “Poderosa II” di Ernesto “Che” Guevara e un’altra che riporta in bella vista la scritta “Norton”, esattamente la marca della moto che il giovane Guevara, ancora studente, usò nel suo viaggio con Alberto Granado attraverso l’America Latina. Per noi ragazzi degli anni ’60 quel viaggio del 1951 su una Norton 500 Model 18 ha rappresentato un sogno coraggioso, un obiettivo apparentemente irraggiungibile e mitico, un’avventura folle e invidiata, lo svelarsi di un mondo lontano e sconosciuto, il Sud America. Solo molti anni dopo scoprimmo che l’anno prima, nel 1950, egli percorse su una bicicletta dotata di un piccolo motore e carico di borse ben 4500 km in Argentina, antesignano d’epoca del nostro e ben più modesto viaggio in Patagonia.
Sarà per queste ragioni che un Malbec di scarsa qualità è diventato, qualche giorno dopo sul Lago Fagnano, un tassello miliare di questa esperienza, quasi a chiudere il libro dei sogni di tanti anni prima; aperto con cura, versato in bicchieri di plastica (come fa Paul Giamatti con il Pinot Nero in “Sideways”) e sorseggiato a occhi chiusi, pensando ai giorni che ancora ci attendono lì, alla fine del mondo. Da domani mattina ci saranno giorni di boschi, laghi, strade sterrate, bivacchi, di notti australi con miliardi di stelle, con la Croce del Sud a indicare la via.






4 dicembre – giorno 9
Rio Grande – lago Yehuin: 87 km, 780 metri di dislivello, 4 ore e 50 minuti
Lago Yehuin – Tolhuin: 53 km, 640 metri di dislivello, 2 ore 3 40 minuti
Partiti alle 7 attraversiamo la città prendendo la Avenida 9 de Julio per poi girare sulla Avenida Peron e sulla Presidente Ortiz prima di immetterci sul Aceso Sur che ci porterà sulla Ruta Nacional 3, già trafficata così presto la mattina. Al chilometro 19 c’è la deviazione sulla Ruta Provincial 9, un’enorme strada sterrata che ci accompagnerà attraversando una zona prima pianeggiante e poi progressivamente più ondulata e a tratti boscosa; il vento incessante aiuta e frena a seconda della direzione della strada che percorriamo, il cielo limpido e chiaro. Il paesaggio è davvero immensamente grande, difficile anche da descrivere, dove la larga strada scorre come un nastro di una vecchia musicassetta, sulla Isla Grande della Tierra del Fuego, disegnando curve, depressioni, salite in un susseguirsi infinito di scene uguali e sempre diverse.
Si va veloci, il vento è a favore; in un momento in cui pedalo da solo un guanaco attraversa la strada davanti a me, velocissimo e spaventato dalla mia bicicletta. È così elegante nella sua corsa, con il collo dritto e gli occhi che mi immagino attenti, i muscoli tesi, i tendini delle zampe che lo lanciano in lunghi salti ad attraversare la strada e poi perdersi nell’immensità della pianura. Mi fermo a guardarlo. In quel preciso momento lui rappresenta davvero la libertà, la grandezza della natura che ci circonda e che troppo spesso non vediamo più (e chi ha letto “Il segreto del Bosco Vecchio” di Dino Buzzati sa di cosa parlo), i cicli della vita che si susseguono senza fine da immemorabile tempo, l’inutilità delle barriere, proprio come quelle che delimitano la terra su entrambi i lati di questa strada infinita, di cui chi ha coraggio come lui neppure si accorge.
Si procede, dopo una breve pausa per ricompattarci e per mangiare qualcosa. Man mano che si procede sulla Ruta Provincial, il paesaggio cambia così come i suoi colori: il verde ora predomina, cespugli di fiori patagoni di cui non conosco il nome colorano la strada di fronte a noi, poi i primi boschi di aghiformi, muschi, felci e cespugli spinosi come il “calafate”, i tronchi bianchi e grigi degli alberi morti, scaraventati a terra dai venti impetuosi che soffiano qui, come un cimitero pietrificato dove attorno è proseguita la vita senza neppure accorgersi di loro. Dopo una lunga discesa arriviamo al Lago Yehuin, su una spiaggia di ciottoli; tutto attorno i maestosi boschi patagonici a perdita d’occhio, le montagne che hanno ormai preso il posto della pianura.
Fa troppo freddo per bivaccare qui (è solo l’una del pomeriggio) e decido, insieme a un compagno, di proseguire verso Tolhuin e un letto caldo. Altri 53 km ci spettano ma ne vale la pena; peccato che a circa 10 km dalla città ci investa un temporale con grandine che renderà quel breve tragitto davvero duro, con la pioggia gelata a bagnare ogni centimetro quadrato del corpo, pedalando sulla Ruta Nacional che porta a Ushuaia in mezzo a un traffico caotico, irrispettoso di qualsiasi mezzo che non abbia quattro ruote. Scendiamo verso il lago Fagnano o Cami (nella lingua locale), un’enorme lingua di acqua di quasi 100 km incastonata tra le montagne di Argentina e Cile che è in un punto geologicamente straordinario, perché siamo esattamente sopra la faglia Magallanes-Fagnano che segna un margine tra la placca di Scotia e la placca Sudamericana.
La Morada del Lago è un posto davvero bello: una casa di legno color malva, piena di libri e con la vista sul lago di fronte dove ci si può riposare e fare colazione la mattina, il proprietario “El Flaco” con i suoi capelli lunghi bianchi e la sua micro-auto elettrica fabbricata in Argentina, due costruzioni simili a moduli lunari, completamente di legno all’interno, semplicemente meravigliosi.





5 dicembre – giorno 10 – Tolhuin
In questo periodo dell’anno le giornate sono lunghissime: il sole sorge prima delle 5 e tramonta alle 22. La colazione del Flaco inizia alle 9 – non un minuto prima – ed è un incanto di dolci uno più buono dell’altro, accompagnati da “cafè con leche” e una spremuta di arance fatta al momento. El Flaco è una persona speciale: ci racconta dei libri che si trovano ovunque in questa stanza, soprattutto di psicologia, psichiatria (sua moglie è una psichiatra), discipline orientali, di musica argentina, poesia, storia della Patagonia, degli strumenti musicali che suona, dei rapporti umani che in questa parte di mondo sono così semplici e stretti, della sua decisione di dedicarsi alla Morada, di costruire le due case dove stiamo e di prendere la vita assecondandone il ritmo lento, dopo aver raggiunto i 50 anni di età.
Alle 11 arrivano i nostri compagni di viaggio e ci raccontano di una notte freddissima, sul lago Yehuin, delle tende gelate al mattino e del vento che li ha accompagnati fin qui. Sarà una lunga giornata di chiacchiere e nel tardo pomeriggio finalmente stapperemo la mitica “Poderosa”, quella bottiglia di Malbec comprata a Rio Grande che racconta di quel viaggio del “Che” col suo amico Alberto Granado nel lontano 1951, alla scoperta dell’America del Sud. Chissà se qualcuna delle strade che abbiamo percorso videro il loro passaggio, ma mi piace sognare che sia così e che quella moto che un giorno di sole abbiamo visto all’orizzonte, dentro un’enorme nube di polvere nel mezzo delle pianure patagoni sia stata proprio lei, la Poderosa, con i suoi due giovani sognatori.
6 dicembre – giorno 11
51 km, 540 metri di dislivello, 3 ore
Mancano solo due tappe alla fine di questo viaggio e saranno brevi. Oggi ci aspettano 47 chilometri di strada trafficata: è la Ruta Nacional 3, quella che collega Buenos Aires alla Ushuaia dopo aver attraversato le regioni di Rio Negro, Chubut, Santa Cruz y Tierra del Fuego. Per fortuna è sabato e il volume di traffico pesante è limitato, ma non permette comunque distrazioni; un vero peccato, perché la strada sarebbe scenograficamente perfetta, con boschi, lagune, lunghe salite e discese che aprono nuovi scenari di larici e montagne. Fa freddo e il cielo è nuvoloso. Eccolo, il Lago Escondido.
Al contrario del Lago Fagnano, il Lago Escondido è molto più piccolo e si trova interamente in territorio argentino, in una zona con molti laghi e lagune, paradiso dei campeggiatori, pescatori ed escursionisti.
Ci inoltriamo su una strada sterrata che scende verso valle fino a incontrare, sulla nostra destra, l’acqua blu intenso di questo piccolo gioiello incastonato tra il Passo Garibaldi e le montagne. Un tempo, chissà quanti decenni prima, questa era una zona turistica, visto che ancora vi sono qua e là scheletri di cottage sulla riva del lago, un paio di loro ancora in condizioni accettabili (con il tetto e le pareti intatte, intendo). Uno, quello color malva, ospiterà tre di noi per la notte mentre gli altri preferiranno dormire in un rudere senza una delle pareti, esposto al vento della notte ma con una superba vista sul lago.







7 dicembre – giorno 12
50 km, 700 metri di dislivello, 3 ore e mezza
Il cielo è nero; ha piovuto forte tutta la notte e il rischio di pedalare oggi con la pioggia è quasi realtà.
Il Paso Garibaldi (da Luís Garibaldi, colui che costruì nel 1935 “il paso cordillerano” che unisce Rio Grande alla Terra del Fuoco) è il colle più australe del mondo – qui in realtà è tutto “il più australe”: dalla città alle stazioni sciistiche, dal Paso all’hamburger… – e arriva a 450 mt sul livello del mare offrendo una vista incomparabile sul Canale di Beagle e Ushuaia. Peccato che la nebbia sia così fitta da accorgersi del suo culmine solo negli ultimi 50 metri di una breve ma dura salita, con la bici a pinta nelle ultime centinaia di metri.
Già, la strada sterrata per arrivare in cima: in condizioni climatiche normali sarebbe dura, specialmente le rampe finali, ma in queste condizioni è impossibile pedalare, almeno per alcuni tratti. Acqua che corre ovunque, fango, detriti formati dalle frane così frequenti su quella strada; le strette e impervie curve a gomito obbligano a spingere forte sui pedali finché la bici diventa davvero instabile e la bassissima velocità impedisce di avere la presa sufficiente per proseguire: bisogna scendere e spingere, scivolando di continuo e con la speranza che finisca in fretta. La colata di cemento del Mirador finalmente si vede e l’ultimo sforzo ha successo; sono in cima e già si vede la Ruta Nacional che incrocia la vecchia strada. Fa freddo, la nebbia permette una visuale di un centinaio di metri appena ed è quindi necessario accendere tutte le luci che abbiamo a disposizione, comprese le lampade frontali; ma man mano che si scenderà, la nebbia lascerà il posto a delle grigie e incombenti nuvole, condite da sfoghi di aria gelata che brinderanno al nostro ingresso in città.
Un vero peccato questo tempo invernale perché scendendo si può intravedere la valle del Rio Olivia sulla destra, adagiato sulla terra rossa di queste parti e più avanti gli impianti sciistici (manco a dirlo, quelli “più australi del mondo”) che salgono su montagne di 3000 metri. Siamo su una via di comunicazione importante (e anche l’unica) quindi il traffico è intenso, specie in direzione opposta ma grazie a Dio è domenica, e almeno il folle traffico industriale di una città di 100 mila abitanti non c’è, rendendo “moderatamente romantico” – o meno orribile – il tragitto fino al centro, dove non può mancare l’attraversamento rituale di una delle porte della città e la fotografica di rito che celebra il raggiungimento dell’obiettivo, dopo più di 800 km pedalati su un totale di 1.030 totali.
Nonostante sia una località molto turistica, Ushuaia ha un fascino particolare e il Canale di Beagle evoca racconti e imprese leggendarie di esploratori antartici passati alla storia.
Nei due giorni successivi – in bici e poi su un piccolo veliero – visiteremo le parti più belle, dove non ci sono case, non ci sono persone, solo fiori, uccelli, leoni marini e silenzio. Questo è forse il luogo dove il ricordo tornerà, negli anni che verranno, e mi volerà accanto come quegli uccelli patagoni – lui bianco e lei nera – che stanno insieme tutta la vita e che sono passati vicino alla barca a un metro uno dall’altro, come immagini riflesse in uno specchio, una mattina di un giorno di dicembre.
Più che sentire di “appartenere a quel luogo”, come scriveva Sepulveda nel suo “Mundo del fin del mundo” seduto sulla prua del Finisterre in una notte fredda a guardare il cielo, questo viaggio mi ha fatto (ri)scoprire il sorriso della gente, la gentilezza, la solidarietà, la semplicità delle vite, i racconti di fronte ad una birra australe o a un vino da pochi pesos, la vastità del mondo, la forza degli elementi, una lingua che qui si canta, la passione che qui è pura, l’amore che qui è tango, le promesse che si mantengono, gli amici che sono amici per sempre, le persone che si interessano come le tante che mi hanno chiesto chi ero, dove andavo e se avevo bisogno di qualcosa, quelle come Pepe che mi hanno accompagnato all’Ospedale di Puerto Natales e mi hanno aspettato che neanche un parente, quelle come Facundo Martin e la sua bici argentina alla ricerca di se stesso, di Ugo il poliziotto che ci ha permesso di dormire in una casa abbandonata, di Carlitos e il suo bus, dei doganieri della frontiera, del camminatore silenzioso (un francese della Val de Maurienne, in Savoia) che andava in Messico in un viaggio di tre anni, dell’addetto al check-in che, all’aeroporto di Buenos Aires, ha bloccato 4 posti in Economy per permettermi di dormire nel lungo viaggio di ritorno.
Persone normali eppure così straordinarie.
Questo è quello che resterà di questo viaggio alla fine del mondo.
Testo e foto di Franco Dutto
Suggerimenti (consigli tecnici, dove alloggiare/mangiare)
Il percorso non è difficile, ciclisticamente parlando: le salite sono poche, con una pendenza mai superiore al 10%, e comunque spalmate sui lunghi tratti di ogni tappa.
Il percorso è al 60% su strada asfaltata (purtroppo vie di comunicazione a volte molto trafficate e spesso noiose) e al 40% su strade sterrate simili alle Strade Bianche toscane, solo più pietrose e ondulate a causa del vento.
La vera discriminante è infatti lui, il vento patagonico, sempre perfidamente presente. Per questo occorre essere fisicamente molto ben preparati, con una forte resistenza alla fatica e abituati a trasportare bagagli.
Evitate una bicicletta con il cambio elettronico, perché in caso di problemi sarà impossibile ripararla; una gravel da viaggio o una adventure bike è l’ideale per la capacità di trasporto (parliamo di un peso complessivo tra i 25 e i 35 kg) e un buon cambio meccanico vi farà dormire tranquilli.
Pneumatici da 45 o 50, anche con battistrada per Light Gravel, raccomandato il tubeless e con inserti; due camere d’aria di ricambio, insieme alla normale attrezzatura per le riparazioni meccaniche, saranno sufficienti.
In un viaggio come questo è assolutamente necessaria la tenda (3 stagioni), un ottimo sacco a pelo 8° – 3 gradi di confort), un sacco lenzuolo e un materassino, un fornello per farsi da mangiare, e una bella dose di spirito di adattamento.
Occorre prevedere almeno 3 litri d’acqua sempre con sé e una piccola pompa filtrante oppure un filtro a cannuccia; si possono pedalare agevolmente 100 km senza trovare nessuna fonte, oppure trovarsi in zone di laghi dove bere la loro acqua può causare problemi di dissenteria.