12 Settembre 2026

Giorgia Marchet: dalla MTB al gravel, senza smettere di imparare

Ha iniziato a otto anni quasi per caso, oggi corre ai massimi livelli della mountain bike e ha appena scoperto un nuovo terreno di gioco. Per Giorgia Marchet il gravel non è un’alternativa alla MTB, ma un altro modo di mettere alla prova tecnica, testa e capacità di adattamento.

Prima delle gare internazionali, dei Mondiali e delle maglie da gara c’era semplicemente una bambina che finiva i compiti e prendeva la bicicletta. Mentre altri si trovavano per giocare a calcio, Giorgia Marchet girava nel cortile di casa oppure aspettava che il papà la portasse a fare un giro per il paese.

Nessuno in famiglia proveniva dal ciclismo: la madre giocava a pallavolo, il padre praticava paracadutismo. Eppure lo sport era già una specie di lingua comune, qualcosa da provare prima ancora che da scegliere.
Giorgia nuota, scia, fa atletica, sperimenta discipline diverse e dimostra presto una naturale predisposizione per il movimento. La bicicletta arriva quasi per caso, quando un amico del padre, vedendola sempre in sella, propone di portarla nella squadra giovanile di mountain bike.

La prima gara arriva intorno agli otto anni. Da quel momento quello che era un gioco comincia lentamente a prendere una forma diversa. A dodici anni entra nella squadra di Feltre, più vicina a casa, continuando però a dividere l’anno tra MTB d’estate e sci alpino d’inverno. La scelta vera arriva al liceo. Le stagioni agonistiche cominciano a sovrapporsi e scuola, sci e ciclismo non stanno più comodamente nello stesso calendario. Giorgia sceglie la bici, anche perché è lì che i risultati stanno diventando più importanti.

Non sceglie, però, tra sport e studio. Conclude il liceo e prosegue all’università fino alla laurea magistrale in Scienze motorie, incastrando allenamenti, gare, lezioni, cinquecento ore di tirocinio e la tesi. In seguito consegue anche il terzo livello come maestra di ciclismo, mountain bike e allenatrice. Oggi, accanto all’attività agonistica, lavora in palestra soprattutto durante l’inverno, occupandosi di indoor cycling e ginnastica posturale. E quando guarda al futuro immagina che tutto ciò che sta imparando possa un giorno tornare utile anche fuori dalle competizioni, magari nell’insegnamento.

A colpire, mentre ne parla, è la normalità con cui racconta incastri che normali non sono affatto. Giorgia non sembra interessata alla retorica del sacrificio. Preferisce parlare di obiettivi.

Quando stava scrivendo la tesi, la priorità era laurearsi e la bici doveva temporaneamente occupare meno spazio. Durante la stagione agonistica accade il contrario. Anche i momenti di calore vengono letti nello stesso modo: non si può essere sempre al massimo e Giorgia sa che tra fine maggio e luglio attraversa abitualmente una fase più difficile. Invece di viverla come un fallimento, aspetta, stringe i denti e utilizza la pausa di agosto per ricostruire la condizione in vista del finale di stagione.

Forse è proprio questa una delle cose che lo sport le ha insegnato meglio: non tutto deve funzionare contemporaneamente.

Poi arriva il gravel

Per un’atleta cresciuta nella mountain bike, il gravel avrebbe potuto essere semplicemente un’altra bicicletta da aggiungere al garage. Per Giorgia è diventato invece un nuovo spazio nel quale sperimentare.
Il 2026 è la sua prima vera stagione gravel.

Era una disciplina che osservava da tempo con curiosità e che voleva provare appena ne avesse avuto l’occasione. Dopo le prime gare, la risposta è stata piuttosto netta: si diverte. E proprio quando comincia a raccontare le differenze tra bici da MTB, strada e gravel emergono forse la parte più interessante della nostra conversazione.

Chi arriva dalla mountain bike, sostiene Giorgia, porta con sé un vantaggio importante quando il percorso diventa tecnico. Lo ha percepito chiaramente anche confrontandosi nelle gare gravel con atleti provenienti dal ciclismo su strada, comprese alcune del WorldTour: dove le stradiste possono avere qualcosa in più nella capacità di mantenere ritmo e velocità in salita, un biker riesce spesso a recuperare terreno quando bisogna guidare davvero la bicicletta.

Ma la gravel non è una mountain bike con un manubrio diverso. Mancano le sospensioni e bisogna imparare a utilizzare diversamente il corpo. «Gli ammortizzatori più grandi diventano le braccia e le gambe», spiega Giorgia.

Poi ci sono le gomme, le pressioni, il setup. Dettagli che per chi gareggia smettono immediatamente di essere dettagli. La sua esperienza in MTB le permette di leggere il terreno, scegliere le traiettorie e assorbire le asperità, ma la gravel le chiede di tradurre quelle competenze su un mezzo diverso. Ed è probabilmente proprio questo ad averla conquistata: ritrovare qualcosa che conosce molto bene e, nello stesso momento, essere costretta a impararlo di nuovo.

La multidisciplinarietà, del resto, accompagna Giorgia da quando era bambina. Prima sci e bici, poi mountain bike e oggi gravel. Non sembra interessarle tracciare confini rigidi tra una disciplina e l’altra. Ogni esperienza lascia qualcosa alla successiva: equilibrio, sensibilità, tecnica, capacità di adattamento. Persino il triathlon, racconta, è una possibilità che la incuriosisce per il futuro, se la caviglia — fratturata seriamente lo scorso anno — glielo permetterà.

Non tanto per aggiungere un’altra casella al curriculum, quanto per quella necessità di cambiare continuamente gesto e situazione che riconosce come stimolante anche mentalmente.

Essere atleta significa anche sapere quando rallentare

A quasi 28 anni, Giorgia sente di stare entrando negli anni che potrebbero essere i migliori della propria carriera. Eppure ascoltandola parlare si capisce che la sua idea di atleta non coincide soltanto con il risultato della domenica.

Forse gli anni trascorsi a studiare Scienze motorie contribuiscono a darle uno sguardo diverso sul corpo e sulla prestazione. Sa che una stagione procede per cicli, che esistono momenti nei quali si può spingere e altri in cui bisogna accettare di non essere al massimo. Soprattutto, ha imparato a stabilire le priorità.

C’è poi il rapporto con gli altri. La mountain bike e il gravel, osserva Giorgia, rimangono discipline molto più individuali rispetto al ciclismo su strada. In un gruppo stradale il risultato nasce spesso dal lavoro collettivo; nelle gare fuoristrada, soprattutto quando il terreno sale o diventa tecnico, il singolo atleta torna maggiormente responsabile della propria prestazione. Anche per questo trovare un vero equilibrio all’interno di una squadra non è scontato.

Giorgia lo ha trovato con la propria compagna, più esperta di lei, con la quale condivide molte gare e dalla quale racconta di avere imparato molto. Non nasconde che nell’ambiente femminile la competizione possa talvolta rendere i rapporti più complessi, ma evita generalizzazioni: quello che conta, per lei, è avere accanto qualcuno con cui costruire fiducia e collaborazione.

Ed è forse proprio la parola equilibrio quella che rimane dopo averla ascoltata. Equilibrio tra allenamento e recupero, tra università e gare, tra ambizione e capacità di aspettare. Ma anche quell’equilibrio molto più concreto che serve quando una gravel entra su un tratto sconnesso e non ci sono sospensioni a fare il lavoro al posto tuo.

A quel punto restano il corpo, la tecnica e la capacità di leggere ciò che arriva. In fondo Giorgia Marchet sembra avere costruito così anche tutto il resto: non scegliere una strada perché fosse la più semplice, ma imparando ogni volta ad adattarsi al terreno che aveva davanti.

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