Negli ultimi anni, il ciclismo gravel ha registrato una crescita significativa, diventando uno sport sempre più popolare in Italia. Con l’aumento di appassionati sono anche aumentate le preoccupazioni: è possibile conciliare questa attività con la necessità di tutelare la biodiversità e preservare gli ecosistemi più fragili? Abbiamo contattato un esperto per parlare del tema, per esplorare le sfide legate alla convivenza tra sport e natura, le normative esistenti e le possibili soluzioni.
“La bicicletta sembra innocua, ma l’impatto è reale”
La guardia forestale che siamo riusciti a contattare mi aspetta seduto al tavolo di un caffè. Ci salutiamo e ci mettiamo comodi. Una delle prime cose che emergono dal suo racconto è l’attenzione per le norme. In aree in cui opera la nostra fonte, come Bosco Fontana a Mantova, o il lago di Pusiano in Brianza, la biodiversità richiede protezioni rigide, anche dai ciclisti. «La bici sembra inoffensiva, ma nei parchi come Bosco Fontana può creare danni. I sentieri creati dalle ruote impediscono la crescita di piante – racconta l’agente –. Ci sono ciclisti che ignorano i cartelli, magari non lo fanno apposta, ma l’impatto è reale». Ci fa un breve excursus delle normative vigenti, come il Decreto Legislativo 42/2004¹, che proteggono il patrimonio ambientale, limitando l’accesso a certe zone per preservare gli ecosistemi. «Molti non sanno che violare queste regole può comportare sanzioni salate, ma quello che mi preoccupa di più è l’impatto che gli incoscienti possono avere su specie rare che faticano a sopravvivere in condizioni normali, figuriamoci quando i sentieri vengono rovinati – spiega –. Il ciclista pensa di passare e basta, ma in un parco, anche un sentiero sbagliato può fare danni».
Ciclisti e moto: chi rispetta le regole?
«Ogni tanto incontriamo ciclisti che fanno finta di niente, fingono di non aver visto i cartelli. Sorridono, ma sanno bene di essere in zone off-limits – ci racconta la guardia forestale con una certa esasperazione –. Anche quando le indicazioni sono chiare, non mancano quelli che si considerano al di sopra delle regole. Molti si giustificano dicendo che ‘non sapevano’, ma i segnali ci sono e sono ben visibili. Poi ci sono quelli che dicono: ‘Tanto non faccio male a nessuno’. Ma, purtroppo, non è così». Le aree più sensibili sono regolate dalla normativa Natura 2000, un insieme di leggi europee che limitano le attività in zone ad alto valore ambientale. «Questa normativa ci permette di proteggere habitat critici per specie a rischio e il ciclismo, se non regolato, può davvero fare danni. Da quel che so sta per scadere, ma ci ha dato i mezzi per fare meglio il nostro lavoro e spero davvero che venga rinnovata».
E se i ciclisti possono sembrare il problema minore, i motociclisti rappresentano una sfida molto più impegnativa. «Fino ad adesso ho parlato di bici, ma le moto rappresentano il problema più frequente. Le trovi dappertutto, e spesso senza targa. Una volta abbiamo beccato uno che si è lanciato contro la nostra macchina pur di scappare – ci racconta tra il divertito e, di nuovo, l’esasperato –. Ha lasciato la moto ed è sparito nel bosco. Un peccato tra l’altro, era proprio una bella moto, nuova. Abbiamo potuto rintracciare il primo venditore dal telaio, ma dell’uomo in fuga nessuna traccia».
Olio e rumore, nemici invisibili della natura
Non si tratta solo di sentieri rovinati o motori rumorosi. Anche i ciclisti che rispettano le regole possono avere un impatto che spesso passa inosservato. «L’olio che gocciola dalle catene o dagli ingranaggi è uno dei problemi più gravi e invisibili. Una goccia oggi, una goccia domani, e alla fine il suolo si impregna di sostanze che non dovrebbero esserci», ci spiega. Questo tipo di inquinamento è meno evidente, ma altrettanto dannoso. «Il problema è che queste sostanze chimiche si accumulano nel terreno e possono influenzare anche l’acqua. Così si danneggiano flora e fauna assieme, senza che nessuno se ne accorga». A questo si aggiunge il rumore. Anche se il gravel bike è generalmente silenzioso, non mancano casi in cui i ciclisti disturbano la fauna locale. «In alcuni parchi, c’è un silenzio totale. Gli animali dipendono da questo per vivere tranquillamente, ma i ciclisti rumorosi possono spaventarli. Non li vedono, ma sono lì».
Trovare un equilibrio tra gravel bike e natura
«La soluzione non è vietare il gravel bike, non penso sia mai passato per la mente a nessuno. La bici è un mezzo fantastico per esplorare, ma bisogna rispettare le regole – ci assicura –. In molti parchi, esistono già percorsi regolamentati, progettati appositamente per i ciclisti, dove il passaggio è sicuro per l’ambiente. Abbiamo aree che sono aperte ai ciclisti in orari o periodi dell’anno specifici. Così, la fauna non viene disturbata e i ciclisti possono godersi il paesaggio senza fare danni».
Rispetto per l’ambiente: la chiave per il cicloturismo sostenibile
«La natura è fragile, e un cicloturismo sostenibile è possibile solo se tutti fanno la loro parte», conclude. «La guardia forestale può arrivare solo fino ad un certo punto, così come le norme che cerca di far rispettare. Il resto dipende dai ciclisti e, in generale, dai cittadini.. Se tutti seguissero le regole e rispettassero i limiti, ci sarebbero meno problemi». Le normative ambientali esistono per proteggere l’ambiente e il patrimonio naturale. Ogni gravellista, dunque, deve essere consapevole di come il suo passaggio possa influenzare l’ecosistema. «Non si tratta di togliere divertimento, ma di pedalare con rispetto. Solo così possiamo garantire che la natura rimanga intatta per le future generazioni».
NOTE
¹Codice dei beni culturali e del paesaggio, Decreto Legislativo 42/2004