Tipo di percorso: Percorso ad anello
Durata: 1 o 2 giorni
Partenza: Vernante (CN)
Arrivo: Vernante (CN)
Località toccate: Vernante, Limone Piemonte, Chalet Le Marmotte, Rifugio Don Barbera, Passo Tanarello, La Brigue/Briga Marittima, Saint-Dalmas de Tende/San Dalmazzo di Tenda, Casterino, Baisse de Peyrefique, Colle Tenda
Km: 133
Dislivello: 3600 metri di dislivello
Quando è meglio affrontarlo: Primavera-autunno
Tipologia di bici consigliata: Gravel con copertoni da 50 mm, minimo 45 o mountain bike
Quante volte vi siete sentiti dire «No, ma in gravel è fattibile»? Se in questo momento non avete alzato la mano, allora probabilmente quella frase l’avrete pronunciata voi. Quando dopo 65 km di polvere e sassi lungo la Via del Sale ho sentito vivo il dolore della vescica sulla mano sinistra, ho maledetto le volte in cui quelle parole sono uscite dalla mia bocca.
Prendete questo articolo come una pagina di un diario: il racconto di come (non) affrontare quella che è una delle ex-strade militari più belle d’Italia – se non del mondo – che si snoda tra Alpi piemontesi, alpi francesi e mar Ligure. L’itinerario percorso è forse uno dei più esigenti che si possano tracciare in questa zona di confine, ovvero la Ciclovia delle Alpi del Mediterraneo, detta anche Ciclovia delle Alpi Marittime. Un anello di 89 km e 2600 metri di dislivello circa partendo dal parcheggio dello Chalet Le Marmotte, che diventano 133 km per 3600 metri di dislivello partendo dall’abitato di Vernante.
La scelta di Vernante come campo base è un ottimo modo per saltare la maggior parte della SS20 e il suo traffico, essendo la principale via carrabile che percorre tutta la valle Vermenagna. Inoltre non mancano parcheggi gratuiti e fontanelle, oltre ai murales a tema Pinocchio – omaggio al pittore torinese Attilio Mussino, morto a Vernante, che illustrò Le Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi – che invogliano a fare un giro nel centro storico una volta terminato l’itinerario.
Nei primi 18 km, su asfalto, si coprono i primi 1000 metri di dislivello. Dapprima la strada è larga e morbida. Da Tetti Mecci (frazione di Limone Piemonte) i tornanti iniziano a salire ripidamente verso il Colle Tenda. In questo primo tratto è proprio bello avere una gravel: si fa veramente poca fatica, soprattutto rispetto ai biker in mtb come Nicola, l’amico che mi ha invitato a fare questa traccia, che lungo i 19 tornanti fino allo Chalet La Marmotte, deve portare su 7-8 kg in più. È proprio al confine italo-francese, però, che i ruoli si ribaltano.
Errore numero uno: i copertoni
Il fondo della Ciclovia delle Alpi Marittime è molto variabile, ma in nessun caso risulta scorrevole se non una volta arrivati alla spianata della Baisse de Peïrefique. Ne riparleremo tra 85 km. Le prime rampe dopo lo Chalet La Marmotte sono decisamente pedalabili anche con copertoni da 40”, una volta arrivati alla stazione di ingresso della Via del Sale, al km 22, la strada non sarà più clemente.
Per questo anche un assetto con copertoni da 45” può risultare inadatto per questi sentieri. Personalmente (peso 74 kg) ho pedalato a 1,6 bar al posteriore e 1,3 bar all’anteriore: pressioni al limite, per cercare di assorbire quanto più possibile le buche, i solchi lasciati dai mezzi a motore e le sezioni sassose. Proprio queste ultime sono quelle che hanno messo più sotto stress non solo la mia gravel, ma anche i miei bicipiti.
I colpi da assorbire sono tanti e, non trovando un tratto asfaltato per 59 km, avere dei copertoni da 50” è l’unica opzione per non far soffrire tutta la parte alta del proprio corpo. I tratti più rotti si trovano in corrispondenza del celebre Tornante della Boaria, immortalato in numerosissime foto. Siamo al km 28, poco dopo la Cima dei Cuni. Il fondo in questo tratto presenta numerosi sassi di grosse dimensioni: trovare la linea pulita non è un gioco da ragazzi e i sobbalzi sono tanti.
Non solo in discesa, ma anche in salita, come verso il Colle delle Carsene. E il tratto più complicato deve ancora arrivare.
Consiglio numero uno: il senso di marcia
La nota positiva del percorso è il senso di marcia: la Ciclovia delle Alpi Marittime è da percorrere in senso orario. Le discese sono sì impegnative a causa del fondo smosso, ma ben peggio sarebbe percorrerle in senso inverso. Considerati i tratti dove è praticamente impossibile trovare una linea pulita da seguire, si rischierebbe di percorrere diversi km spingendo la bici a mano, in particolare – spoiler – se si volesse percorrere in salita la sterrata che porta da La Brigue/Briga Marittima al passo Tanarello.
Inoltre, più avanti nel nostro itinerario, percorrere in salita la strada asfaltata che porta a Casterino permette di dedicare il 100% delle proprie energie solo alle gambe che spingono sui tornanti e agli occhi che possono ammirare diversi panorami mozzafiato, in particolare all’altezza del Lac des Mesches.
Percorrere quella strada in senso inverso significherebbe anche lasciarsi tutta la parte più difficile nella seconda metà del giro. Una scelta che può essere presa in considerazione, se proprio, se questo tour venisse spalmato su 2 giorni con una sosta in Val Roia.






Errore numero due: i guantini
L’ho anticipato precedentemente, il pezzo più difficile deve ancora arrivare. Dopo il Rifugio Don Barbera (km 36) – a cui sono arrivato con i battiti del cuore ancora alti dall’incontro con i cani da guardia di un gregge sul Col de Malabergue tre km prima – inizia l’ultima asperità della Via del Sale. Qui il fondo solo per alcune centinaia di metri è veramente impervio, mentre per i restanti 1,5 km è sufficientemente battuto.
In questo frangente è conveniente assicurarsi di non avere macchine immediatamente davanti. Il consiglio, nel caso, è di fermarsi in cima e godere del panorama che apre su tutte le Alpi Marittime dal tornante al km 39. Seguono infatti 15,5 km di strada in discesa o leggero falsopiano dove inevitabilmente le biciclette vanno più veloci delle auto, che procederanno con cautela tra le buche e i sassi. Io e Nicola non abbiamo preso in considerazione questo aspetto e infatti siamo arrivati a La Brigue impolverati come due statue di terra.
La polvere la si mangia ugualmente, ma almeno non sarà la preoccupazione principale mentre rimbalzerete tra una lastra di pietra e l’altra. Questo tratto, immerso in una foresta di faggi, larici e abeti, è uno dei tratti più suggestivi dell’intero percorso. Per diversi km sembra di essersi teletrasportati in un’altra dimensione, dopo più di 30 km tra sassi, in cresta e sempre esposti al sole.
Superata la stazione di Monesi al km 47, da cui si può già tagliare verso il mar Ligure (direzione Imperia), si procede per altri 6 km prima di imboccare i tornanti che portano al passo Tanarello. La salita è tutta su terra battuta. Ripida, ma non impossibile. Quando arrivo in cima trovo tre ciclisti. Non sono gli unici che io e Nicola abbiamo incontrato finora, ma tutti fino a questo momento sono in mtb. Solo al Tornante della Boaria avevo avuto l’occasione di parlare con 3 gravellisti, in viaggio in bikepacking leggero verso Triora.
Non avevo dato molto peso a questa statistica fino a quando uno dei 3 biker incontrati sul Tanarello, dopo aver squadrato il mio setup gravel, mi ha detto scherzando «Ma sei matto?». La discesa del passo Tanarello è infatti estremamente complicata. Sassi ovunque, che formano scalinate irregolari e scivolose che costringono a scendere a freni pinzati per non iniziare a saltellare in maniera incontrollata verso la scarpata alla mia destra.
Personalmente ho provato – con successo – a stare in sella, ma non ci sarebbe stato niente di disonorevole nello scendere e spingere, anche perché questi salti continui hanno portato alla formazione di vesciche sui palmi delle mie mani. Ecco perché, indipendentemente dal livello di guida, il consiglio è di indossare i guantini.
Da ciclista che va spesso anche in bici da corsa, il guantino è sempre stato un oggetto superfluo. Su percorsi così non è solo uno strumento che aumenta il comfort, ma anche una dotazione di sicurezza, dato che la strada dal passo del Tanarello fino a La Brigue è sempre in discesa, e sempre su un fondo molto irregolare. Con le mani (e braccia) doloranti riuscire a frenare è stata un’impresa e Nicola ride ancora per gli urli che cacciavo ad ogni tornante nel tentativo di espiare in quel modo il dolore.
Consiglio numero due: sacca idrica
Ritrovare l’asfalto a La Brigue, all’altezza del santuario di Notre Dame des Fontaines, dopo 59 km dall’inizio dello sterrato è una vera e propria benedizione. Specie se come me non avete indossato i guantini per le mani.
Il santuario di Notre Dame des Fontaines, come può suggerire il nome (Nostra Signora delle fontane), oltre a nascondere dei tesori come l’affresco del “Giudizio universale” del Canavesio che è valso alla chiesa il soprannome di “Sistina delle Alpi”, fu edificato dai brigaschi per ringraziare la Madonna dopo un periodo di grande siccità. E ad essere onesti, anche oggi l’acqua in questo itinerario è difficile da trovare.
Una piccola fontanella al km 66 è l’unica sorgente d’acqua dove riempire la borraccia senza dovervi prima fare il segno di croce. «C’est ne pas pour boire» («Non è da bere») mi avverte infatti la titolare del locale dove ci fermiamo a mangiare, parlando dell’unica fontana presente a La Brigue. Ci portano una bottiglia d’acqua, oltre al nostro pranzo, per riempire borracce e sacche idriche. La fontana la useremo solo per togliere buona parte della polvere di dosso.
La sacca idrica è un must per questo itinerario, per avere – minimo – 1,5 litri extra oltre alla borraccia (da almeno 750 ml mi raccomando). Dopo La Brigue c’è un’altra fonte all’imbocco della salita per Casterino, a Saint-Dalmas De Tende, ma non ho avuto modo di verificare se l’avvertimento della signora valesse anche per questa fontana.
Da qui in avanti di acqua nemmeno l’ombra. Un ruscello poco prima dello scollinamento del Colle Tenda è l’unico altro punto naturale da cui sgorga acqua. L’alternativa è fare ulteriori scorte fermandosi in un bar a Casterino.
Pedalare in quota, superato Peyrefique, è il momento in cui tutte le fatiche della Ciclovia delle Alpi Marittime svaniscono, oscurate dalle prime ombre che si allungano sui pendii. Rimane l’emozione di aver concluso un itinerario che non annoia mai in cui, con panorami mozzafiato tra crinali, boschi e laghi. Nonostante le difficoltà è anche un percorso dove la convivenza tra biciclette e altri mezzi è estremamente pacifica, perché queste strade, con il loro fondo spesso arcigno, costringono tutti alla medesima velocità, fatto salvo per i quad.
Con i giusti accorgimenti e con una buona preparazione fisica e tecnica, per gestire al meglio i tratti guidati, si può venire a pedalare in questo paradiso con la propria gravel. Così potrete dire un giorno «La Via del Sale? Ma sì, in gravel è fattibile».







Suggerimenti (consigli tecnici, dove alloggiare/mangiare)
Nei fine settimana la Via del Sale è percorsa da molte auto, quad o moto (che possono accedere solo su prenotazione dalle stazioni di ingresso a Limone e Monesi): vale quindi la regola di tenere il più possibile la destra e agevolare il sorpasso in salita. Nei tratti in discesa saranno loro a farvi spazio quando possibile. Fino al passo Tanarello il traffico può essere intenso, dalla discesa verso La Brigue in avanti le strade saranno molto meno battute.
Al km 26 potreste trovare i veicoli fermi lungo il sentiero. Qui si trova un semaforo che regola il transito dei mezzi, evitando incroci pericolosi in un tratto dal fondo particolarmente smosso. Si attiva dalle 8:30 (direzione Limone-Monesi) e il verde dura 10 minuti, mentre il rosso 50 minuti. Siamo arrivati 5 minuti dopo l’accensione del rosso e abbiamo proceduto con cautela mantenendo la destra fino al passaggio del tornante della Boaria.
Come già indicato, ricaricare le borracce può diventare un problema in questo percorso. I punti dove chiedere/comprare o trovare una fontanella sono ai km 19, 22, 47, 66, 82, 85 e 98.