Sabrina Maran è la co-proprietaria di Cuore di Macina, mulino che si trova a Creazzo, in provincia di Vicenza e che produce e rivende farine speciali. È, dunque, una delle pochissime “mugnaie” ancora al lavoro, attività che, oramai, è stata sostituita da macchinari innovativi, ma allo stesso tempo spesso limitati. La nostra Alessia ha conosciuto Sabrina proprio attraverso i frutti di quest’arte antica, scoprendo che ad accomunarle non era solo la passione per i prodotti buoni, sani e di qualità del mulino di Creazzo. Entrambe, infatti, condividono un grande amore per la gravel bike. Sabrina ci ha parlato di questa passione e di “Vado Libera”, progetto grazie al quale ha riscoperto la gioia di stare in sella.
Quando è entrata a far parte della tua vita la bicicletta?
La mia storia con la bici parte da lontano. Da piccola ho pedalato con la mia graziella blu con le ruotine fino quasi a consumarle. Alle medie andavo a scuola in bici e facevo qualche gita sui colli. Poi ho conosciuto Roberto, un ciclista dilettante (nonché ex-marito e socio), e mi sono ritrovata immersa in quel mondo. Per anni ho fatto la “passa borracce”, accompagnandolo e supportandolo. A un certo punto, però, ho avuto quasi un rigetto: ho abbandonato la bici in un angolo della mia vita fino al Covid-19, occasione in cui l’ho riscoperta come vero e proprio mezzo di rivendicazione personale.
Ha un grande significato, quindi, la bici per te. Quando hai scoperto la gravel?
Quando ho ripreso la bici, non mi piacevo. Mi ero dimenticata completamente di me stessa. Ho iniziato con una bici a pedalata assistita perché vivo in collina, sui Colli Berici, e volevo superare le salite senza doverla spingere. Il primo anno ho pedalato ogni giorno per andare al lavoro, arrivando a “macinare”, per restare in tema, ben 8.000 km. Poi, nel 2020, ho avuto bisogno di vivere qualcosa di bello, qualcosa che mi scaturisse pensieri positivi. È stato allora che ho scoperto “Vado Libera”, un’esperienza di viaggi in bici al femminile organizzati da Ilaria Ianni dove condivisione, rispetto, assenza di competizione e di giudizio creano il clima ideale per la riscoperta di sé. Ho deciso di partire per Gran Canaria con altre sette donne sconosciute. Lì ho trovato un senso di riscatto, di libertà. Tornata a casa, ho capito che avevo bisogno di qualcosa di più: avevo bisogno di una gravel.
Perché proprio una gravel?
Era il periodo del Covid-19 e le bici scarseggiavano. Facendo la messa in sella, ho capito che il mio spirito avventuroso aveva bisogno di un mezzo versatile, che mi permettesse di perdermi, di esplorare. Amo viaggiare e camminare, ma la bici mi ha aperto orizzonti più ampi. Ho scoperto i Colli Berici dopo 40 anni che vivo qui, ho pedalato fino ad Asiago in giornata. La gravel è diventata il mio strumento di scoperta, di libertà e di amicizia.
La bici come terapia?
Sì, la bici per me è stata una vera e propria medicina. Ad un certo punto della mia vita mi è stato diagnosticato un tumore. Ho lottato e dopo quella sfida ho deciso di prendermi cura di me stessa in ogni momento, anche sui pedali. I miei giri si allungavano sempre di più, trasformandosi da semplici uscite a veri e propri viaggi. La bici mi ha fatto riscoprire il territorio, mi ha dato la forza di affrontare momenti difficili, conoscere nuove persone.
Nel frattempo hai portato avanti anche un altro progetto, quello del tuo mulino. Come si lega alla tua storia?
“Cuore di Macina” è nato da un sogno, dopo la mia malattia. L’azienda che Roberto ed io abbiamo creato esisteva già da anni, ma inizialmente compravamo e rivendevamo farina. Con la crisi del 2008 abbiamo capito che dovevamo cambiare, investire sulle nostre competenze. Così abbiamo iniziato a macinare a pietra il grano biologico, coinvolgendo i contadini, costruendo una rete, selezionando varietà antiche. È stato un cammino faticoso, ma ricco di soddisfazioni. Il mio amore per la natura, per il territorio, è lo stesso che ritrovo ogni volta che salgo in sella alla mia gravel.
Hai affrontato molte sfide personali. La bici ti ha aiutata?
Assolutamente sì. È stato un periodo durissimo. Ma ho capito che dovevo prendermi cura di me. Ho iniziato a pedalare, a viaggiare, e la bici è diventata la mia salvezza. È un ottimo modo per riflettere, per connettermi con la mia interiorità, per ristabilire le mie priorità. Ho affrontato sfide incredibili: il Gran Sasso, lo Stelvio, il Gavia, i laghi di Cancano, il Teide.
Cosa rappresenta oggi la gravel per te?
È il mio spazio, la mia libertà. In estate la setto per la strada, in inverno metto copertoni più grossi. Mi ha permesso di conoscere persone straordinarie, di stringere legami di amicizia in tutta Italia. Ho trovato anche un gruppo, le “Forcelle Rosa” della Val di Non, nato per permettere alle donne di pedalare insieme, senza pressioni o discriminazioni. Grazie a loro ho organizzato un evento al mio mulino, unendo due passioni che mi definiscono: la bici e la mia terra.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Certamente quelli di continuare a pedalare, a esplorare. Ho provato anche la corsa, ho fatto le mie prime mezze maratone a Marrakech con la mia squadra, “Vicenza Marathon”, e ora mi sto preparando contemporaneamente per la mia prima maratona a New York e la Veneto Gravel, tornando alla bici. La gravel, infatti, resta il mio primo amore. E il messaggio che voglio lasciare a tutte le donne è questo: non abbiate paura di riscoprirvi, di fare cose nuove, di mettervi alla prova. La bici, come la vita, è fatta di salite e per godersi le discese. L’importante è continuare a pedalare.