21 Agosto 2026

VadoLibera: la bicicletta come scelta di sé

Ilaria Ianni ha trasformato la bicicletta da semplice strumento di movimento a spazio di libertà, consapevolezza e cambiamento. Oggi, con VadoLibera, accompagna altre donne a ritrovare il proprio passo, fuori dal giudizio e dentro la propria vita.

Ci sono persone che arrivano alla bicicletta perché cercano uno sport. Altre perché vogliono stare meglio, perdere qualche chilo, preparare una gara o semplicemente imparare a pedalare. E poi ci sono quelle per cui la bicicletta diventa, quasi senza preavviso, un modo per capire chi sono. Ilaria Ianni appartiene a questa seconda categoria.

La sua storia con le due ruote comincia nel 2010, poco dopo il terremoto che nel 2009 aveva colpito L’Aquila. Prima, lo sport non era mai stato davvero una priorità e nemmeno la bicicletta aveva rappresentato, almeno inizialmente, qualcosa di particolarmente naturale. Da bambina amava stare all’aria aperta, sentire l’aria sul viso, ma immaginava per sé una strada completamente diversa. Studi, lavoro, obiettivi. Una vita costruita seguendo, in buona parte, quello che pensava di dover diventare. Poi è arrivata la bicicletta.

«È stata la prima vera scelta che ho fatto per me». È una frase semplice, ma dentro contiene già tutto VadoLibera. Perché pedalando Ilaria non ha scoperto soltanto un modo diverso di muoversi. Ha scoperto una parte di sé che non conosceva. Le prime sensazioni di libertà sono diventate lentamente uno spazio di ascolto: sulla bicicletta ha iniziato a capire cosa le piacesse davvero, quali fossero le sue qualità, quali desideri fossero autentici e quali invece appartenessero all’immagine che aveva costruito di se stessa.

La bicicletta, soprattutto, era sua. Non era arrivata attraverso un compagno, un fratello, un amico. Non era una passione presa in prestito da qualcun altro. Era qualcosa che aveva scelto e che poteva vivere anche da sola. Ed è un passaggio importante, soprattutto quando si parla di donne e di sport: la possibilità di avere qualcosa che non debba essere condiviso per forza, giustificato, accompagnato o autorizzato da qualcuno. Pedalare da sola significava anche imparare a stare con se stessa.

La vita che sulla carta funzionava

Per un periodo Ilaria ha lavorato come manager in una multinazionale del settore sportivo. Sembrava quasi il punto d’arrivo perfetto: aveva legato la propria professione a un mondo che amava, aveva un lavoro dinamico, la possibilità di coltivare le proprie passioni e una vita, vista dall’esterno, assolutamente funzionante. Eppure dentro qualcosa non tornava.

Non era infelicità nel senso più evidente del termine. Era una sensazione più sottile e, proprio per questo, più difficile da ascoltare: quella di non essere completamente dentro la propria vita. «A volte ascoltare quella cosa senza giudicarsi è difficile. Ti dici: ma stai bene, di cosa ti lamenti?».

È una domanda che conosciamo in molti. Soprattutto quando tutto sembra andare abbastanza bene da non avere una ragione evidente per cambiare. Il problema è che stare bene sulla carta non significa necessariamente sentirsi bene. Ilaria ha iniziato a interrogarsi proprio su questo. Poi è arrivato un viaggio in bicicletta nel nord dell’India, nella regione del Ladakh. Venti giorni, alcuni dei passi più alti percorribili su strada, tende montate oltre i 3.600 metri. Un’esperienza fisicamente impegnativa ma, soprattutto, capace di aprire qualcosa che da tempo chiedeva spazio.

Al ritorno non aveva ancora tutte le risposte. Aveva però capito che non poteva più ignorare le domande. Il lavoro le aveva insegnato moltissimo, e Ilaria non lo rinnega. Ma aveva iniziato a distinguere tra ciò che le faceva bene e ciò che aveva semplicemente imparato a considerare normale. Lasciare il lavoro stabile non è stato un gesto romantico. È stato un atto di coraggio e di fiducia.

Imparare a non sapere

Quando decide di prendersi un periodo di aspettativa, Ilaria sa soltanto una cosa: la bicicletta farà parte della sua vita futura. Non sa ancora come. E forse è proprio questa la parte più difficile. Siamo abituati a pensare che prima di lasciare una strada bisogna conoscere perfettamente quella successiva. Avere un progetto, un piano, una destinazione. Ilaria ha fatto invece un percorso diverso: ha imparato a stare dentro l’incertezza.


Il coaching l’ha aiutata proprio in questo: non a trovare immediatamente una risposta, ma a stare bene anche nel momento in cui la risposta ancora non c’era. «Quando ho cominciato a lasciare il controllo di quello che non sapevo, ho cominciato ad ascoltarmi di più».

Da quell’ascolto nasce VadoLibera: non un semplice progetto legato alla bicicletta, ma un percorso rivolto alle donne che desiderano ritrovare un equilibrio tra corpo, mente ed emozioni, costruire abitudini più sane, lasciare andare il giudizio e dare spazio ai propri desideri. Anche il sito di Ilaria racconta VadoLibera come un progetto di libertà e benessere al femminile, nato dall’incontro tra formazione, coaching, esperienza in bicicletta e storia personale. La bicicletta rimane il mezzo. Ma non è il fine.

La fatica come strumento, non come prova

Forse è qui che VadoLibera incontra in maniera più naturale il mondo gravel. Ilaria non organizza semplicemente viaggi in bicicletta. Non vuole essere una tour operator che porta un gruppo da un punto A a un punto B. Le sue esperienze sono costruite perché le persone partecipino, ascoltino se stesse e prendano parte anche alle decisioni. Lei ha una traccia, naturalmente. Ma lascia spazio al gruppo. Perché responsabilizzare una persona significa anche permetterle di scoprire qualcosa che spesso non sa di avere: la capacità di scegliere.

«Vado via con l’idea di: “Sono capace di”». È forse una delle frasi più importanti dell’intervista. La crescita personale, per Ilaria, non è qualcosa che viene imposto durante un’esperienza. È una conseguenza. Arriva mentre si pedala, mentre si affronta una salita che sembrava troppo lunga, mentre si prende una decisione, mentre si scopre di poter fare qualcosa che, prima di quel momento, si pensava impossibile.

La fatica diventa quindi uno strumento di conoscenza. Non una punizione. Non una gara. Non la necessità di dimostrare qualcosa agli altri.

Il peso che le donne imparano a portare

C’è un’altra parola che ritorna nella conversazione: responsabilità. Ilaria parla del modo in cui molte donne si prendono cura degli altri, spesso prima ancora di chiedersi di cosa abbiano bisogno loro. Del tempo che viene concesso a tutti e rimandato continuamente quando si tratta di sé. Del senso di colpa che può comparire appena si prova a scegliere qualcosa di personale.

Non vuole fare della bicicletta una soluzione universale. Vuole però creare uno spazio nel quale una donna possa dire: questa cosa la faccio perché mi fa stare bene. E basta. Senza doverla trasformare in produttività, senza doverla giustificare, senza dover essere la migliore. È una forma di libertà molto meno rumorosa di quella che siamo abituati a raccontare.

Non significa fare tutto ciò che si vuole senza considerare gli altri. Significa poter tornare verso gli altri senza essersi persi nel frattempo.

Una casa che viaggia

Oggi Ilaria vive a L’Aquila e continua a costruire il suo progetto attraverso esperienze in diversi territori italiani e all’estero. D’estate porta le sue attività soprattutto in montagna, tra Abruzzo e Valtellina; quando le temperature scendono, guarda verso luoghi più miti, come Gran Canaria. Cerca di organizzare circa un’esperienza al mese, scegliendo anche in base alla propria energia e al momento che sta vivendo.

Da qualche tempo viaggia anche con un camper, insieme al suo cane e alla bicicletta. Lo chiama, in qualche modo, la sua casa mobile. L’idea è quella di poter continuare a muoversi, raggiungere donne diverse in luoghi diversi e creare piccoli gruppi territoriali che condividano la stessa idea di bicicletta: non soltanto prestazione, ma benessere, scoperta, relazione e libertà.

È una dimensione itinerante che le appartiene profondamente. Andare, ma anche tornare. Scegliere una strada e poi avere la libertà di cambiarla.

La libertà di essere il proprio passo

Quando le chiedo che cosa abbia davvero voluto costruire con VadoLibera, Ilaria torna alla propria storia. Non parla di successo, di numeri, parla di esperienza. Vuole mettere a disposizione di altre donne ciò che ha imparato attraversando la propria vita, comprese le volte in cui ha scelto senza sapere esattamente dove sarebbe arrivata.

Ed è forse questo che rende il suo progetto così delicato e, allo stesso tempo, così forte. Non promette di trasformare una persona in qualcun altro. Al contrario: la invita a tornare verso se stessa.

La bicicletta, in fondo, le ha insegnato proprio questo: l’equilibrio non è una condizione immobile. È qualcosa che si aggiusta continuamente mentre si va avanti. A volte si vacilla. A volte bisogna rallentare. A volte si sbaglia strada. E a volte bisogna semplicemente continuare a pedalare.

Ilaria lo sa bene. Anche oggi, quando il lavoro dipende dalla sua energia e dalle sue scelte, esistono giornate in cui la fiducia vacilla. La differenza è che non pretende più di essere sempre sicura. Ha imparato ad accettare anche il momento no e ad andare avanti lo stesso.

Forse VadoLibera è tutta qui. Non nella libertà intesa come fuga. Ma nella possibilità di scegliere. Di avere qualcosa che sia soltanto nostro. Di pedalare anche quando nessuno ci accompagna. E, soprattutto, di smettere di pensare che la strada giusta sia necessariamente quella che abbiamo già imparato a percorrere. Perché a volte la vera partenza non è quando saliamo sulla bicicletta. È quando, per la prima volta, decidiamo dove vogliamo andare.

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