26 Marzo 2026

Fino alla fine del mondo: pedalare in Patagonia tra Argentina e Cile

Due paesi, due libri di Luis Sepulveda, un'unica anima. Cosa significa pedalare attraverso la Patagonia, raccontato da Franco Dutto.
patagonia franco dutto

Tipo di percorso: Traversata in bikepacking
Durata:
15 giorni (senza trasporto per raggiungere il punto di partenza) 
Partenza: El Calafate, Argentina
Arrivo:
Ushuaia – Terra del Fuoco, Argentina
Località toccate:
El Calafate (Argentina), Parque Nacional Los Glaciares – Perito Moreno (Argentina), Tapi Aike (Argentina), Paso Don Guillermo (Argentina), Cerro Carrillo (Chile), Puerto Natales (Chile), Punta Arenas (Chile), Porvenir (Chile), Paso San Sebastian (frontiera), Rio Grande (Argentina), Lago Yehuin (Argentina), Tolhuin (Argentina), Lago Escondido (Argentina), Ushuaia (Argentina)

★★★☆☆ (con meteo normale)

Km: 1.030
Dislivello: +8.000 metri di dislivello

Quando è meglio affrontarlo: Il periodo migliore per attraversare il sud della Patagonia va da fine novembre a fine febbraio, anche se a quelle latitudini non è inusuale vedere 4 stagioni in un solo giorno.
Tipologia di bici consigliata: Gravel da viaggio o adventure bike con pneumatici da 45 o 50 mm tubeless

Quando smisi di lavorare quasi un anno fa – era il 19 dicembre 2024 – promisi a me stesso di dedicare il resto della vita ai viaggi, alla fotografia e alla scrittura, e più in generale a tutte le cose che mi avrebbero consentito di godere ogni momento ancora a disposizione, alle sfide con me stesso. Una di queste (nulla di epico, per carità) era quella di fare un viaggio in bicicletta in Patagonia, a cavallo tra l’Argentina e il Cile, senza alcun supporto logistico, niente mezzi meccanici, niente hotel, solo ostelli, case abbandonate o in tenda piantata nel mezzo del nulla, comprando tutto in loco, a contatto con la gente che vive in una terra così lontana (per noi Europei, ovviamente).

Ma al di là degli aspetti logistici e organizzativi, la ragione vera della decisione di fare questo viaggio sono due libri. Esattamente a giugno di 30 anni fa comprai un libro di Luis Sepulveda, uno scrittore cileno particolarmente famoso in quegli anni per la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Il libro si intitolava Patagonia Express – Appunti dal sud del mondo ed era composto da 12 racconti che parlano dei personaggi che abitano il sud del mondo, le loro storie, le loro serene solitudini. Racconti di mari impetuosi, di venti implacabili, di sere passate ad ascoltare storie impossibili in sordidi ma affascinanti bar ai confini del mondo, di amicizie epiche e indissolubili. Insomma, 12 racconti capaci di svegliare quell’immaginazione che tutti avevamo quando eravamo ragazzi, tra gli anni ’60 e ’70. Un libro bellissimo.

Per me, per la mia immaginazione di ragazzo oggi decisamente invecchiato, la Patagonia era quella frase di Luis Sepúlveda che, dopo essersi imbarcato su una baleniera nel Mondo alla fine del mondo, in una notte fredda sale sul ponte e guarda il cielo:

“Il capriccioso inverno australe mi ha offerto una notte incomparabile. Le migliaia di stelle sembravano essere a portata di mano e la visione della Croce del Sud che indicava i limiti polari mi riempì di emozione, di una forza e di una convinzione sconosciute. Finalmente ho sentito che anch’io venivo da qualche parte. (…)

Lì, in quel mare sereno ma mai calmo, su quella bestia silenziosa che tendeva i muscoli preparandosi all’abbraccio polare, sotto le migliaia di stelle che testimoniavano la fragile ed effimera esistenza umana, finalmente sapevo di appartenere a quel luogo, che, anche se un giorno fosse mancato, avrebbe portato sempre con sé gli elementi di quella pace terribile e violenta, precursore di tutti i miracoli e le catastrofi.

Quella notte, seduta sul ponte del Finisterre, piansi senza rendermene conto”.

Questi sono i motivi del viaggio: sentirsi parte di qualcosa di immenso, incommensurabile, impressionante, come contemplare la notte del sud, sentire il vento soffiare senza sosta, ammirare l’infinita bellezza del mondo alla fine del mondo.

23 e 24 novembre – il viaggio

Partito da Torino per Roma e poi per Buenos Aires, incontro e conosco finalmente 4 dei miei compagni di viaggio ai nastri di consegna bagagli dell’aeroporto di Ezeiza: sono due donne toscane nel loro viaggio di nozze, Francesca e Michela; Andrea, un veneto di poco più di 30 anni; e Angelo che ha qualche anno in meno di me, cioè più di 60, di origine casertana ma da tanti anni residente nel mantovano. La nostra guida Giuseppe e Jimmy, una guida alpina italo-peruviana che arriva da alcune settimane di scalate in Perù, sono già a El Calafate. L’aereo per El Calafate parte da un aeroporto diverso e occorre ritirare i bagagli (e le biciclette), prendere una navetta che attraversa il centro della città in un percorso di poco più di un’ora, reimbarcare il tutto non senza problemi e finalmente partire per la destinazione finale che si raggiungerà dopo un volo di quasi 4 ore.

Sarà un viaggio molto diverso da quelli a cui sono abituato: dormiremo in ostelli semplici e sorprendenti, in tenda oppure bivaccando all’interno di baracche abbandonate lungo il percorso. All fine saranno 1.030 km – di cui una piccola parte di autobus – con un dislivello di 8 mila metri tutto sommato modesto (almeno per quelli a cui sono abituato, vivendo ai piedi delle Alpi Cozie), ma percorsi con la mia Salsa Fargo carica di borse e in condizioni climatiche spesso sfavorevoli.

Alloggiamo all’Hostel Lago Argentino, un piccolo ostello colorato a circa un chilometro da centro città e due buone bottiglie di vino argentino accompagnano la pasta preparata da Giuseppe. Mi piacciono i compagni di viaggio: gente normale, senza nomi storpiati dall’anglofonia ormai imperante, vite diverse, età e motivazioni diverse; insomma, le premesse ci sono tutte perché sia un viaggio da non dimenticare. Sarà perché avventurarsi in un viaggio simile richiede un forte desiderio di mettersi alla prova in un ambiente sconosciuto e spesso ostile, ma le affinità non sapute, lo spirito di fratellanza, la pazienza e l’aiuto costante, condividendo non solo il cibo o quanto si è portato dall’Italia, hanno fin da subito reso il gruppo una cosa sola, quasi un’entità nuova e compatta, pronta a vivere intensamente il tempo che si passerà insieme.

Questa, la prima meraviglia. Non ci sono differenze quando, dopo una giornata pedalata su strade infinite in mezzo al nulla, sferzati da un vento costante e a volte cattivo, si monteranno le tende perché comunque non si potrebbe più proseguire così svuotati di energie e desiderosi di rifugiarsi nel proprio piccolo spazio protetto, anche se farà un maledetto freddo e il vento continuerà a colpire senza sosta e senza pietà.

25 novembre – giorno zero

Il piano del giorno è quello di visitare il Parque Nacional Los Glaciares e il Perito Moreno.
Da El Calafate servono 50 chilometri per raggiungere l’ingresso del parco, e altri 28 per arrivare davanti al fronte del Perito Moreno, in poco più di un’ora e mezza di viaggio in autobus.

Passata l’ultima salita il Perito Moreno finalmente si svela ed è qualcosa che supera l’immaginazione: una parete lunga 14 chilometri, larga 4, alta fino a 60 metri, di un colore che sembra irreale. Un celeste così puro da sembrare inventato, frutto della luce che si frantuma e si rifrange nel ghiaccio compatto.

26 novembre, giorno 1

106 km, 1.360 metri di dislivello, 8 ore e 30 minuti 

Dal Hostel Lago Argentino di El Calafate (260 mt slm) prediamo la Avenida del Libertador per poi imboccare la trafficata Ruta Provincial 11. Dopo poco più di 16 km leggermente in salita, una volta passata la deviazione per l’aeroporto internazionale il traffico si riduce sensibilmente; la strada, che si immetterà sulla Ruta Nacional 40, è prevalentemente piatta fino al km 45, da dove inizia a salire progressivamente con pendenze che non superano mai il 10% fino al km 60, raggiungendo infine il Mirador “El Monito” a 820 metri di altitudine. Da lì si apre una vista straordinaria sull’immensità della pianura patagone e sul Lago Argentino che ancora si vede all’orizzonte sulla sinistra.

Fino a “El Monito” il vento è forte ma prevalentemente a favore; una volta però superato il colle e cambiata la direzione di marcia di quasi 90 gradi, spinge di lato soffiando a quasi 50 km l’ora e rendendo durissima la pedalata. Al km 95 si incontra l’ultima stazione di sosta – “El Cerrito” – prima di imboccare la lunga strada sterrata della Ruta Provincial 7 che taglia quella parte di Patagonia fino alla stazione successiva di Tapi Aike. È ormai pomeriggio ma vento contrario, il freddo e la strada dissestata rendono difficile la guida. Ci fermiamo al km 106 dopo quasi 8 ore e mezza; fa freddo e montiamo le tende al lato della strada.

Sarà una notte con vento, pioggia, il ginocchio che fa una male cane e con poche ore di riposo vero. Domattina sveglia alle 6.

27 novembre – giorno 2

67 km, 730 metri di dislivello, 10 ore e 30 minuti

L’alba è freddissima con una temperatura di pochi gradi sopra lo zero e il vento non accenna a placarsi. Sarà una delle tappe più dure di tutto il viaggio con una velocità media inferiore a 7 km l’ora; il vento spingerà sempre nella direzione opposta a quella di marcia fino alla fermata successiva, una casa abbandonata sulla Ruta 40.
La strada sterrata percorre la pampa argentina e offre uno spettacolo di rara bellezza con un terreno ondulato, inaspettate piccole lagune generate dal corso del Rio Coig abitate da garzette e fenicotteri e a destra l’incomparabile vista delle Ande con le Torres del Paine a far da padrone.

Il “Puesto fijo viabilidad de Tapi Aike” è posto all’incrocio tra la Ruta 7 e la Ruta 40, ed è l’unico posto prima della frontiera con il Cile dove ci si può rifornire d’acqua. L’incontro con i motociclisti argentini che viaggiano verso sud, qualcosa da mangiare e poi è già di riprendere l’asfalto e di iniziare la salita verso il Cile, dove però arriveremo solo il giorno dopo, con una tappa notturna obbligata – non c’è niente altro per decine di chilometri – in una casa abbandonata con il tetto e il pavimento parzialmente sfondato. L’interno della baracca è disgustoso, con chiari segni del passaggio di altri pellegrini in bicicletta ma soprattutto di pecore e capre; non è affatto semplice dare una pulita e crearsi uno spazio (montando la tenda all’interno) per passarci la notte.

28 novembre – giorno 3

99 km, 660 metri di dislivello, 9 ore e 45 minuti

La mattina presto il cielo è terso, l’aria fredda ma senza vento e i colori che la strada offre sono intensi, profondi, pieni; a destra e a sinistra immense tenute protette dal filo spinato, centinaia e centinaia di chilometri di pali piantati in chissà quanti anni di lavoro per impedire alle pecore di attraversare le strada. Dopo meno di 30 km prendiamo la deviazione a destra sulla Ruta Nacional 7, poi ancora deviamo sulla Ruta Complementaria L (al km 33) e saliamo verso il Paso Rio Don Guillermo per arrivare finalmente dopo 5 km di zona cuscinetto tra i due Paesi Americani alla frontiera cilena.

Prima della frontiera cilena di Cerro Castillo ci sono 5 km di una sorta di “Terra di Mezzo”, né argentina né cilena, creata al tempo delle frizioni tra i due Paesi e rimasta lì. Cerro Castillo è una grossa stazione di posta dotata di ogni servizio (bar, ristorante, supermercato, distributore) e permette di rifiatare e di prepararsi per i lunghissimi 60 km che ancora mancano a Puerto Natales percorrendo la Ruta 9 Norte dopo aver lasciato la Ruta 251 CH che collega la frontiera argentina con il Cerro.

Siamo nella regione di Magallanes y la Antarctica Chilena. Dopo pochi chilometri, il paesaggio comincia a cambiare: la prima cosa che si nota è la strada, perché mentre in Argentina le “Rutas Nacionales” sono asfaltate, in Cile sono invece un ordinato collage di grandi lastre di cemento unite tra loro da distanziali di materiale elastico, capace di modellarsi a seconda del clima e temperatura che qui, a seconda delle stagioni, passa da i -20 in inverno a oltre 30 gradi in estate.

E poi il paesaggio che improvvisamente diventa più verde, con boschi a destra e a sinistra della strada, lunghe salite che si alternando a morbide discese, le belle case colorate cilene, i giardini curati e l’impressione di entrare in un altro mondo, meno selvaggio ma anche meno monotono. Al chilometro 58 incontriamo il Lago Figueroa.

Per arrivare a Puerto Natales mancano ancora 40 chilometri di strada impegnativa, abbastanza trafficata ma scenograficamente davvero bella, con la neve che si vede ancora sulle montane a destra; non dimentichiamo che qui la primavera è appena iniziata e i colori e i profumi ce lo ricordano a ogni metro percorso. Siamo nella provincia di Última Esperanza, un nome che già evoca spazi sconfinati e orizzonti remoti. Trascorreremo un paio di giorni nel Hostal Josmar Natales, a Puerto Natales.

29 novembre – giorno 4 – Puerto Natales

Per arrivare a Punta Arenas (la tappa successiva) ci sarebbero oltre 230 km di strada da percorrere in quasi 3 giorni di nulla e con previsioni di vento forte in senso contrario; decidiamo di goderci un giorno e mezzo a Puerto Natales e di effettuare lo spostamento in uno di quei grandi e comodi bus che attraversano le terre della Patagonia. È una scelta assolutamente azzeccata: le cittadine cilene sono troppo belle per non passarci del tempo, l’enorme Golfo Almirante Montt è incantevole con le montagne innevate sullo sfondo, il sole scalda e il cielo è tersissimo. Mattina di relax e pomeriggio a preparare bici e bagagli per il viaggio dell’indomani.

30 novembre – giorno 5 – A Punta Arenas in autobus

Il viaggio, con partenza a mezzogiorno in punto, dura circa 4 ore e attraversa un territorio ondulato ma senza particolari attrazioni, se non qualche campo petrolifero; la strada è di grande comunicazione tra due importanti centri industriali ed è quindi molto trafficata soprattutto da mezzi pesanti.
Il paesaggio diventa più interessante solo quando a sinistra rispetto alla direzione di marcia spunta finalmente lo Stretto di Magellano.

È ormai pomeriggio inoltrato quando arriviamo a Punta Arenas e al Hostal Micavi, ricavato da una vecchia casa di inizio ‘900, sapientemente restaurata. Situata oltre il 53° parallelo sud, è tra le città più meridionali del pianeta e rappresenta il cuore della Patagonia cilena. Sul suo lungomare (lo Stretto di Magellano è mare…) si vedono ancora i grandi edifici che ospitavano i magazzini delle merci che transitarono di lì nel loro viaggio dal Pacifico all’Atlantico e soprattutto il monumento a Ernest Henry Shackleton, l’esploratore irlandese considerato uno dei principali protagonisti della cosiddetta “epoca eroica dell’esplorazione antartica”. La sua enorme statua si affaccia sullo Stretto indicando l’Antartico e un periodo storico fatto di uomini senza paura e di sogni inseguiti testardamente e spesso divenuti realtà.

1° dicembre – giorno 6

45,5 km, 470 metri di dislivello, 2 ore e 45 minuti

La mattina successiva partiamo per il Porto di Punta Arenas dove ci attende il traghetto che ci porterà al di là dello Stretto, al piccolo paese di Porvenir. La traversata dura circa 3 ore e si svolge senza problemi, anche se il tempo è brutto e la temperatura si è notevolmente abbassata. Sul tragetto che ci porta a Porvenir incontriamo 2 ragazze, una scozzese e un’americana, che stanno attraversando in bicicletta una buona parte dell’America del Sud, da Lima a Ushuaia; le incroceremo ancora due volte nel nostro cammino, con i loro sguardi solari e sognanti di donne giovani, vicine e infagottate nelle loro giacche a vento rosse, sul ciglio della strada sterrata che costeggia la Bahia Inutil (ma che nomi evocativi hanno le cose quaggiù?) a guardare quel lembo di mondo in cui Ferdinando Magellano passo con le sue navi nell’autunno del 1520. La scoperta di quel passaggio, originariamente chiamato il Canale di Tutti i Santi, fu determinante per collegare i due oceani e aprire la stagione (in un certo senso terribile) delle cosiddette “colonizzazioni”. Chissà se lo sguardo immaginifico delle due ragazze ha scorto, lontano all’orizzonte, le sagome delle navi, e ha incontrato quello di Antonio Pigafetta, o di Estevao Gomes che si ribellò proprio lì ammutinandosi tornando in Spagna con 55 uomini.

Camminando nei corridoi della nave intravedo un uomo anziano, con la fotografia di suo figlio appesa al collo; mi avvicino e la guardo meglio: è una foto sbiadita di tanti anni prima, con il suo nome una data – novembre 1973 – e con una scritta che dice “Donde es?”. In Cile, durante la dittatura di Pinochet, il fenomeno dei desaparecidos coinvolse circa 40.000 persone; di queste 2000 sono le vittime accertate e 38.000 gli scomparsi. Quel ragazzo giovane, studente con la barba appena accennata, era uno di quelli che sparirono improvvisamente dopo essere stati ammassati per settimane nello stadio di Santiago, torturati e poi uccisi chissà dove. Quel padre, con lo zaino colmo di povere cose e con lo sguardo triste e fiero ancora oggi, a distanza di più di 50 anni, porta con sé nel suo eterno peregrinare nel Paese, il ricordo di suo figlio, nella impossibile speranza che un giorno qualcuno gli dica dove è stato sepolto. L’ho ringraziato, quel padre, per ricordarci sempre che la libertà di cui oggi godiamo e che ci permette di girare il mondo in bicicletta, di studiare, di amare, di esprimere le nostre idee, di fare e crescere dei bambini, è anche figlia del sangue versato da tante, troppe persone ignare e innocenti, delle lacrime delle mogli, della disperazione dei padri, della lotta silenziosa delle madri.

L’attracco del Ferry Boat, dall’altra parte dello Stretto, è a circa 7 km dal villaggio. Piove. Il cielo plumbeo, le barche arrugginite del porto, le casupole dove i marinai ricoverano le reti, la gente che si affretta verso la sua destinazione, la corsa verso i taxi neri e gialli: tutto rende la giornata quasi irreale, come sospesa nel tempo. Dopo quei 7 km di strada ondulata ci fermiamo a Porvenir a comprare qualcosa da mangiare: ci attende una lunga strada verso le due frontiere (cilena e argentina) prima e poi Rio Grande, strada che percorreremo in due giorni e mezzo.

Il tempo è brutto, la pioggia va e viene fino a diventare intensa una volta arrivati da Carlitos. Da Porvenir la Ruta Y-71 costeggia lo Stretto di Magellano ed è incantevole, probabilmente uno dei più bei percorsi di questo viaggio in bicicletta; prima asfaltata e poi sterrata, segue l’andamento della costa con vertiginose salite e lunghe discese, correndo lungo il profilo costiero. Subito dopo Cabo Boqueron si inizia a costeggiare la Bahia Inutil, dove lo Stretto crea una grande ansa verso ovest; la baia deve il suo nome al capitano Phillip Parker King che nel 1827 scrisse che questo luogo non offriva “né ancoraggio né rifugio, né alcun altro vantaggio al navigatore”.
Dopo circa 45 km dalla partenza è lì – tra la spiaggia pietrosa e la Estancia Kovacic, vicino a uno dei grandi cantieri di costruzione della nuova strada che collegherà Porvenir con il Cruze Onaisin – che vive Carlitos (al secolo, Carlos Agurto).

Carlitos è un cileno di 76 anni che vive da 17 vicino a una spiaggia pietrosa infinita. Nella vita, come tanti da quelle parti, ha fatto di tutto: ha lavorato nell’Amministrazione Pubblica, poi nelle Estancias a piantare le centinaia di chilometri di recinzioni che come una tela di ragno disegnano queste lande desolate, pescatore di grongos, accompagnatore turistico per i ricchi gringos che negli anni 80 e 90 venivano a pescare. Poi, andato in pensione, ha deciso di lasciare il mondo per vivere qui. Ora la strada che il Governo sta costruendo per collegare paesi distanti tra loro e difficili da raggiungere altrimenti lo ha obbligato a spostarsi quasi sulla riva dello Stretto; quando arrivò, 17 anni prima, non aveva altro che una tenda, i suoi risparmi di una vita, poche cose con sé. Nel corso degli anni, grazie alla solidarietà dei pochi che passavano di lì, iniziò a costruire baracche, a raccogliere di tutto fino a che un giorno gli venne regalato un autobus.

Da quel giorno vive lì, circondato da migliaia di libri, riviste, vecchie cartoline e fotografie, e dorme su un vecchio materasso infilato tra i sedili, ascoltando Radio Ushuaia per essere sempre informato su ciò che succede nel mondo e ascoltare i messaggi che ogni mattina vengono trasmessi a chi vive lontano da tutto. Carlitos è un punto di riferimento per chiunque passi su questa strada, in particolare i ciclisti che sempre è disposto ad ospitare, a cui prepara la cena con i pesci e le alghe che ha messo a essiccare giorni prima, i molluschi che raccoglie sulla spiaggia, la pasta che non manca mai. Il pomeriggio piovoso in cui siamo arrivati ci ha acceso la stufa in cucina, è andato a raccogliere dei molluschi sulla spiaggia e ci ha preparato una pasta ai frutti di mare e con le alghe essiccate: un meraviglioso sollievo per chi, come noi, non poteva continuare per il vento forte e la pioggia battente. Abbiamo ascoltato le sue storie cilene parlando di Dio, di Michelangelo Buonarroti, di politica internazionale, degli infidi abitanti delle isole Chiloè, abili a mentire e a tradire (a parer suo); ci portava continuamente i suoi libri, copie del Reader’s Digest del 1962, foto ingiallite di eventi e persone ormai scomparse.

Quella sera ci ha ospitati nelle sue baracche senza pavimento, costruite con assi di legno recuperati chissà dove e cartone, coperte da tetti di lamiera che non potevano resistere alla pioggia insistente della notte; ma erano tutto ciò che aveva e ce li ha messi a disposizione come fanno tutti gli uomini che vivono alla fine del mondo, semplicemente.

Dopo una notte di pioggia e vento, la mattina ci ha regalato il sole e dei colori così intensi da far chiudere gli occhi. Quando prima delle sei saremo pronti per partire ci abbraccerà a uno a uno, come se fossimo fratelli (e un po’ davvero lo siamo). Tutti sono fratelli da queste parti del mondo.

Il viaggio in Patagonia tra Argentina e Cile continua.
Giovedì prossimo la seconda – e conclusiva – parte di questa avventura.

Testo e foto di Franco Dutto

Suggerimenti (consigli tecnici, dove alloggiare/mangiare)

Il percorso non è difficile, ciclisticamente parlando: le salite sono poche, con una pendenza mai superiore al 10%, e comunque spalmate sui lunghi tratti di ogni tappa.

Il percorso è al 60% su strada asfaltata (purtroppo vie di comunicazione a volte molto trafficate e spesso noiose) e al 40% su strade sterrate simili alle Strade Bianche toscane, solo più pietrose e ondulate a causa del vento.

La vera discriminante è infatti lui, il vento patagonico, sempre perfidamente presente. Per questo occorre essere fisicamente molto ben preparati, con una forte resistenza alla fatica e abituati a trasportare bagagli.

Evitate una bicicletta con il cambio elettronico, perché in caso di problemi sarà impossibile ripararla; una gravel da viaggio o una adventure bike è l’ideale per la capacità di trasporto (parliamo di un peso complessivo tra i 25 e i 35 kg) e un buon cambio meccanico vi farà dormire tranquilli.

Pneumatici da 45 o 50, anche con battistrada per Light Gravel, raccomandato il tubeless e con inserti; due camere d’aria di ricambio, insieme alla normale attrezzatura per le riparazioni meccaniche, saranno sufficienti.

In un viaggio come questo è assolutamente necessaria la tenda (3 stagioni), un ottimo sacco a pelo 8° – 3 gradi di confort), un sacco lenzuolo e un materassino, un fornello per farsi da mangiare, e una bella dose di spirito di adattamento.

Occorre prevedere almeno 3 litri d’acqua sempre con sé e una piccola pompa filtrante oppure un filtro a cannuccia; si possono pedalare agevolmente 100 km senza trovare nessuna fonte, oppure trovarsi in zone di laghi dove bere la loro acqua può causare problemi di dissenteria.

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