30 Ottobre 2026

Cercatori di Lucciole: pedalare abbastanza piano da tornare a stupirsi

Alessia Niero e Stefano Giada non erano ciclisti quando hanno deciso di cambiare vita. Prima la Corsica, poi 467 giorni da Chioggia a Singapore e, adesso, il Sudamerica da Ushuaia a Bogotá. La bicicletta è diventata il loro modo di rallentare abbastanza da accorgersi delle persone, dei luoghi e di quelle piccole cose che, da bambini, sembravano straordinarie.

Quando Alessia Niero e Stefano Giada sono partiti per la Corsica non sapevano ancora che qualche anno dopo avrebbero attraversato una parte del mondo in bicicletta. A dire il vero, non erano nemmeno ciclisti. Volevano semplicemente provare a viaggiare in maniera diversa: più lentamente.

Scelgono una piccola bici a due posti, partono da casa, raggiungono Genova, salgono sul traghetto e cominciano a girare l’isola. La preparazione è minima e la Corsica si incarica rapidamente di ricordarglielo: il territorio è molto più montuoso di quanto avessero immaginato e capita spesso di scendere e spingere bici e carretto. Ma qualcosa funziona. Muovendosi lentamente possono fermarsi. Restare. Accorgersi di ciò che c’è tra una destinazione e l’altra. Al ritorno il pensiero nasce quasi per gioco: e se andassimo fino a Singapore?

Nel 2023 comprano due gravel, delle Genesis Vagabond, e cominciano a capire che cosa significhi davvero viaggiare in bicicletta. Per mettere alla prova se stessi e l’attrezzatura scelgono persino l’inverno per pedalare da Bolzano a Copenaghen. Vogliono sapere quanto freddo possono sopportare, che cosa funziona e che cosa no.

Poi, nel febbraio 2024, partono da Chioggia. Arriveranno a Singapore il 4 giugno 2025, dopo 467 giorni. Nel mezzo ci sono l’Asia centrale, il Sud-est asiatico, deserti, montagne, passi oltre i quattromila metri e un modo di vivere che progressivamente smette di assomigliare a un viaggio con una data di ritorno.

Prima di partire Alessia e Stefano lavoravano entrambi nel trasporto pubblico veneziano, per ACTV. Lei aveva già scelto anni prima una vita poco convenzionale, arrivando a vivere in barca; Stefano aveva viaggiato e vissuto anche all’estero. La bicicletta arriva dopo, quasi come conseguenza della necessità di trovare un modo diverso di attraversare il mondo.

«Non siamo ciclisti», avevano raccontato durante il viaggio verso Singapore. «Siamo piuttosto viaggiatori che si muovono in bici». Forse è ancora il modo migliore per descriverli.

Perché quando tornano a casa, dopo un anno, tre mesi e ventuno giorni, il problema non è più capire se siano capaci di affrontare un altro viaggio. È capire come tornare alla vita precedente. Nel frattempo tutto è andato avanti. Le persone, le abitudini, le giornate. Loro invece sono tornati con centinaia di giorni trascorsi sulla strada e la sensazione di non riuscire più a entrare perfettamente nella forma che avevano lasciato.

La soluzione che trovano è piuttosto radicale: utilizzare gli ultimi risparmi e ripartire. Questa volta dall’altra parte del mondo. Da Ushuaia, all’estremità meridionale dell’Argentina, risalgono il Sudamerica verso nord. Quando li raggiungiamo per questa intervista sono in Colombia: Bogotá è stata raggiunta soltanto due giorni prima.

Dormire dove capita, parlare prima di arrabbiarsi

Da fuori, una vita del genere sembra composta soprattutto dalle difficoltà. Dove si trova da mangiare? Dove ci si lava? Dove si dorme? Come si attraversano zone nelle quali per centinaia di chilometri non c’è praticamente nulla?

Alessia risponde in un modo sorprendentemente semplice: dopo un po’, diventa la normalità. Se davanti c’è un tratto nel quale per giorni non sarà possibile rifornirsi, si calcola quanto cibo serve e lo si carica. Nelle borse rimangono comunque alcune scorte perché cento chilometri programmati possono diventare centocinquanta per una foratura, il meteo o qualsiasi altro imprevisto.

Lavarsi significa farlo quando se ne presenta la possibilità. Dormire può voler dire una stanza, una tenda o un posto che quella mattina non si sarebbe potuto immaginare. Paradossalmente, raccontano, durante un grande viaggio diventano più organizzati che a casa. Una volta rientrati in Veneto, durante una semplice pedalata da Venezia a Chioggia, proprio perché conoscevano il territorio non avevano portato praticamente nulla da mangiare. Sono arrivati affamati a un bar e sono stati gli altri ciclisti a passargli qualcosa.

Quando invece il viaggio dura mesi, l’imprevisto diventa una delle poche cose da mettere realmente in conto.

In Patagonia hanno pedalato per circa due settimane contro un vento talmente forte da rendere difficile persino camminare spingendo le biciclette. In Asia hanno affrontato quote superiori ai cinquemila metri. In altri luoghi il problema più grande è stato semplicemente riuscire a comunicare, perché l’inglese non serviva e ogni necessità quotidiana diventava una piccola trattativa fatta di gesti, tentativi e intuizioni.

E poi ci sono loro due. Mesi e mesi insieme, praticamente sempre. Anche qui Alessia e Stefano hanno trovato una soluzione meno romantica e più utile di qualsiasi dichiarazione sull’amore: hanno imparato a dirsi le cose. La bicicletta offre già una piccola forma di solitudine. Basta che uno pedali qualche metro davanti e l’altro rimanga indietro perché ciascuno possa tornare per un po’ dentro i propri pensieri. Ma soprattutto hanno imparato a non aspettare che l’altro indovini. Se uno è stanco, lo dice. Se vuole fermarsi, lo dice.

Perché trenta chilometri in più affrontati controvoglia possono trasformare una sciocchezza nella ragione di un litigio, mentre chi pedala accanto magari non ha nemmeno capito che qualcosa non va. Dopo migliaia di chilometri la loro strategia di coppia è diventata quindi sorprendentemente elementare: parlare prima che la stanchezza cominci a parlare al posto loro. È una delle tante cose che il viaggio ha semplificato.

Anche il modo di caricare le biciclette è cambiato. Verso Singapore viaggiavano con un equipaggiamento decisamente più pesante; per il Sudamerica hanno scelto invece un assetto bikepacking più essenziale, eliminando le pannier e riducendo ciò che portavano con sé. Meno cose sulla bici. Meno cose di cui occuparsi. E più spazio per ciò che succede.

Cercare le lucciole

Rimane una domanda: perché chiamarsi Cercatori di Lucciole?

Il nome nasce prima del grande viaggio, quando Alessia e Stefano decidono di aprire un profilo comune per evitare di aggiornare separatamente amici e conoscenti. Devono trovare qualcosa che racconti non tanto dove vogliono andare, quanto perché vogliono andarci.

La risposta arriva da un ricordo. Da bambini bastava vedere una lucciola per fermarsi. Un insetto minuscolo, persino poco appariscente se osservato da vicino, diventava nel buio qualcosa di straordinario. Alessia e Stefano cercavano proprio quella sensazione.

«L’idea di ripartire era rallentare, riuscire a emozionarci di nuovo per le cose semplici». Non una casa nuova, un vestito nuovo o il prossimo oggetto da comprare. Qualcosa che non richiedesse necessariamente di possedere di più per sentirsi soddisfatti. La bicicletta, quasi incidentalmente, si è rivelata il mezzo giusto per cercarlo. Perché modifica il rapporto con la distanza.

Se si visita l’Argentina avendo un mese a disposizione, si scelgono inevitabilmente i luoghi più conosciuti. Pedalando per mesi, invece, bisogna attraversare anche tutto ciò che sta nel mezzo. E proprio lì si finisce nei villaggi nei quali probabilmente non si sarebbe mai deciso di andare, ci si ferma davanti a un negozio, qualcuno fa una domanda, qualcun altro invita a entrare in casa.

Durante il viaggio verso Singapore Alessia e Stefano avevano già raccontato di essere stati ospitati da sconosciuti in Macedonia, invitati a una festa nel deserto del Kazakistan e aiutati lungo la strada da persone incontrate poche ore prima. Al ritorno parlavano soprattutto di una scoperta: il mondo reale era risultato spesso più generoso di quello che avevano immaginato prima di partire.

È successo di nuovo in Sudamerica. Quando si viaggia così, raccontano, non si viene percepiti soltanto come turisti. La bicicletta rende visibile la distanza percorsa, la fatica, il fatto che non si è semplicemente arrivati lì per consumare velocemente un luogo e ripartire. E questo spesso apre una conversazione.

Alla fine è forse questa la parte più interessante della loro storia. Non i chilometri. Non i cinquemila metri di quota. Nemmeno Chioggia-Singapore o Ushuaia-Bogotá. Alessia e Stefano erano partiti perché non erano più soddisfatti del modo in cui stavano vivendo e volevano rallentare abbastanza da tornare a vedere qualcosa di straordinario nelle cose piccole.

Per farlo hanno attraversato mezzo mondo. E forse la contraddizione è soltanto apparente. Perché dopo migliaia di chilometri, deserti, montagne, vento, notti in tenda e strade di cui prima ignoravano persino l’esistenza, quello che continuano a raccontare sono soprattutto le persone incontrate lungo il percorso e la possibilità di svegliarsi senza sapere esattamente dove dormiranno quella sera.

Le lucciole, in fondo, erano questo fin dall’inizio. Non qualcosa da raggiungere dall’altra parte del mondo, ma qualcosa per cui tornare a fermarsi.

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