Il giro del mondo di Monica Consolini comincia molto prima del 13 gennaio 2024. Comincia con una domanda piuttosto semplice: dove vanno tutti quei ciclisti con le borse attaccate alla bicicletta?
Monica viene dall’atletica leggera, dal settore dei lanci. Quando alcuni problemi alla schiena la costringono ad abbandonarla, scopre che sulla bicicletta il dolore quasi scompare. Ma viaggiare è ancora un’altra cosa. L’idea arriva quasi per caso, quando un collega le parla della ciclabile che dal lago di Garda porta verso Innsbruck. Monica parte con un’amica, due vecchie biciclette e borse sistemate come possono. Davanti ci sono circa 350-400 chilometri, una distanza che allora le sembra enorme.
Durante quel primo viaggio capisce qualcosa che conserverà negli anni: non deve percorrerli tutti insieme. Basta farne sessanta, poi ottanta. Dormire. E il giorno successivo ripartire. «Dividendo il viaggio in tappe ho visto che potevo andare ovunque». È lì che compare per la prima volta un pensiero apparentemente sproporzionato: se è arrivata fino a Innsbruck in questo modo, perché non potrebbe arrivare molto più lontano? Perché non potrebbe, un giorno, fare il giro del mondo?
Il pensiero rimane con lei per una decina d’anni. Nel frattempo arrivano altri viaggi, prima con amici e familiari, poi la mountain bike, il bikepacking, la tenda e le prime esperienze in solitaria. A trent’anni Monica decide che un sogno senza una data rischia di rimanere tale e si concede cinque anni per prepararsi. Alla fine ne aspetterà soltanto tre.
Il 13 gennaio 2024 parte da Lazise, sulla sponda veronese del lago di Garda. Ci tornerà il 17 gennaio 2026, dopo 31.075 chilometri e 25 Paesi.
In mezzo ci sono i Balcani, la Grecia, la Turchia e la Georgia; poi l’Asia centrale, la Cina, il Canada e la costa pacifica degli Stati Uniti. Ancora un volo e la bicicletta riparte dall’Ecuador verso sud, attraversando Perù, Bolivia, Cile e Argentina fino a Ushuaia. Infine l’Europa, il Portogallo, la Spagna, la Sardegna, la Corsica e il ritorno in Italia. Non una linea continua a ogni costo: guerre e frontiere chiuse impongono alcuni trasferimenti in aereo. Per Monica il giro del mondo significa soprattutto una cosa: partire da casa e riuscire, alla fine, a tornarci.
Il progetto si chiama RidesmileS, un nome che può essere letto in due modi: rides miles, pedalare miglia, e ride smiles, pedalare sorrisi. Monica non voleva che portasse semplicemente il suo nome, perché fin dall’inizio il viaggio non doveva parlare soltanto di lei. Dietro c’è un “Campobase” di amici che la sostiene prima, durante e dopo la partenza; davanti ci sono invece tutte le persone ancora sconosciute che incontrerà lungo la strada.
L’obiettivo dichiarato del progetto è raccontare «il Bello del mondo», usando la bicicletta per entrare in relazione con luoghi, culture e persone.
Il mondo, soprattutto, sono le persone
Quando le si chiede quale sia stata la parte più bella di due anni trascorsi attraversando il pianeta, Monica non sceglie una strada, una montagna o un Paese. Sceglie le persone.
È forse questo l’aspetto che distingue il viaggio che racconta dai numeri con cui sarebbe facile riassumerlo. Trentunomila chilometri impressionano; gli incontri, però, sono ciò che Monica continua a nominare. Famiglie che aprono una porta, qualcuno che offre da mangiare, persone con le quali non condivide nemmeno una lingua e che riescono comunque a capire di cosa abbia bisogno. Sul suo sito scrive che la bicicletta «abbatte le barriere e crea legami di fiducia». Dopo averla ascoltata, la frase sembra molto meno astratta.
Viaggiare da sola non significa procedere senza attenzione. Prima di entrare in un Paese Monica cerca di conoscerne cultura, abitudini e tradizioni. Osserva, ascolta e impara a fidarsi anche dell’intuito. Essere una donna sola in bicicletta comporta qualche strategia in più e la consapevolezza che non tutti i luoghi e tutte le situazioni siano uguali, ma la paura non diventa mai il centro del suo racconto. Le difficoltà vere arrivano altrove.
Nell’agosto 2024, in Mongolia, Monica si ammala di polmonite. Sta peggiorando, si trova lontano da casa, non parla la lingua e intorno a lei le distanze sono enormi. È uno dei momenti più difficili dell’intero viaggio e la costringe a modificare il programma. Qualche mese dopo, in Perù, una caduta provocata da un cavo sull’asfalto le causa la frattura di un polso e la perdita di un dente. Anche in quel caso deve fermarsi per recuperare.
Ma proprio la Mongolia rimane come una parentesi aperta. Quando Monica rientra a Lazise nel gennaio 2026, infatti, il giro del mondo è concluso ma quel Paese no. La malattia le ha impedito di attraversarlo e conoscerlo come avrebbe voluto. Così, appena cinque mesi dopo il ritorno, prepara di nuovo la bicicletta e riparte.
Nell’estate 2026 torna in Mongolia per un viaggio di circa 2.000 chilometri, questa volta cercando soprattutto le zone rurali e gli incontri con le famiglie che vivono nelle gher, le tradizionali abitazioni nomadi.
È un ritorno che dice molto del suo modo di viaggiare. Non si tratta di mettere una bandierina nel luogo che mancava alla collezione, ma quasi del contrario: tornare proprio perché la prima volta non aveva avuto il tempo e la possibilità di conoscerlo.
E durante quelle giornate succede anche qualcos’altro. Monica era rientrata dal giro del mondo con molte possibilità davanti e poche certezze su quale scegliere. In Mongolia, pedalando, racconta che le idee hanno cominciato a ordinarsi. «Era come se tutto fosse molto più chiaro».
Tornare senza tornare indietro
Prima di partire Monica era ingegnere energetico. È ancora la sua formazione, naturalmente, ma non è più il lavoro nel quale immagina il proprio futuro. È anche Guida Ambientale Escursionistica AIGAE e oggi vuole continuare a lavorare nel mondo dell’outdoor. A fine ottobre inizierà un’esperienza in rifugio e da gennaio ha in programma un percorso di formazione nel coaching, con l’idea di provare, nel tempo, a unire questa competenza al lavoro di guida.
La ragione per cui ha scelto questa strada emerge quasi incidentalmente durante la nostra conversazione. Monica parla del potenziale che ciascuno possiede e spesso non utilizza. Dopo il viaggio ha cominciato a domandarsi non soltanto quale lavoro potesse fare, ma dove potesse mettere meglio ciò che aveva imparato e ciò che sapeva fare.
È forse questa la distanza più interessante percorsa durante RidesmileS, perché non compare su nessuna traccia GPS. Due anni sulla bicicletta hanno ridimensionato alcune cose che prima sembravano importanti.
Monica racconta di essere tornata meno disponibile a vivere automaticamente secondo uno schema soltanto perché è quello più comune. Non mette in discussione le scelte degli altri: famiglia, carriera e stabilità possono essere esattamente ciò che qualcuno desidera. Rivendica però la stessa dignità per una vita costruita diversamente, finché quella libertà non limita quella di nessun altro.
Forse è anche per questo che oggi il primo viaggio verso Innsbruck assume un significato diverso. Allora Monica aveva davanti quattrocento chilometri e aveva scoperto che, invece di domandarsi come percorrerli tutti, poteva semplicemente affrontare la tappa di quel giorno. Molti anni più tardi ha applicato lo stesso principio a un viaggio di 31.075 chilometri.
Adesso sta provando a farlo con ciò che viene dopo. Non sa esattamente dove la porteranno il lavoro da guida, il coaching o i prossimi viaggi. Ma dopo essere partita da Lazise, aver attraversato 25 Paesi ed essere tornata nello stesso punto, forse non ha più bisogno di conoscere in anticipo tutta la strada. Può bastare sapere quale sarà la prossima tappa.