Durante l’incontro con Marco Canola abbiamo parlato delle mie esperienze con la bici, delle mie pedalate. Marco non si concentra subito sulla bici. Mi chiede come ho mangiato, quanto ho bevuto, come ho recuperato tra una tappa e l’altra.
Mi spiega l’importanza degli elettroliti, della creatina per il recupero muscolare, della gestione dell’alimentazione durante le uscite molto lunghe e perfino del detersivo utilizzato per lavare i pantaloncini tecnici, perché anche piccoli residui possono alterare la sensibilità della pelle dopo tante ore consecutive in sella.
Sono dettagli apparentemente marginali che, messi insieme, raccontano una filosofia precisa: nel ciclismo nulla è davvero secondario. C’è una domanda che ogni biomeccanico si sente rivolgere decine di volte. «Qual è la posizione perfetta?». È una domanda legittima. Chi pedala vorrebbe una risposta semplice, magari una tabella da seguire o una formula che dica esattamente quanto deve essere alta la sella, lungo l’attacco manubrio o distante il manubrio dal bacino.
Marco Canola sorride. «La posizione perfetta non esiste». È una risposta che può sorprendere, soprattutto in uno sport dove siamo abituati a misurare tutto: watt, frequenza cardiaca, pressione degli pneumatici, peso della bici, lunghezza delle pedivelle. Eppure il nostro corpo non funziona con la stessa precisione di un foglio Excel. Ogni persona porta sulla bicicletta la propria storia.
Due ciclisti della stessa altezza non pedalano allo stesso modo
È uno degli errori più comuni. Due persone alte un metro e settantacinque vengono spesso considerate “uguali” dal punto di vista della posizione in bici. In realtà possono essere completamente diverse. Uno può avere un femore lungo e un busto corto. L’altro gambe più corte e una schiena molto flessibile.
C’è chi arriva facilmente a toccarsi le punte dei piedi e chi, già dopo pochi centimetri, sente tirare tutta la catena posteriore. Ci sono persone che trascorrono la giornata sedute davanti a un computer e altre che svolgono lavori fisicamente impegnativi. Tutto questo cambia il modo di stare sulla bicicletta. Per Marco la prima regola è semplice: la bici deve adattarsi al corpo. Non il contrario.
Il manubrio non serve solo a sterzare
Anche il manubrio racconta una storia. Un’inclinazione eccessiva verso l’alto modifica la postura della schiena, cambia il modo in cui gli urti vengono assorbiti e influisce sul carico distribuito tra mani, spalle e bacino. Sono dettagli che spesso passano inosservati, ma che, sommati per migliaia di pedalate, possono fare la differenza tra una posizione naturale e una destinata a creare compensazioni.
Quando si sceglie un manubrio, spesso ci si concentra sulla forma o sull’estetica. In realtà è uno dei componenti che più influenzano il comfort durante la pedalata:
- La larghezza determina l’apertura delle spalle.
- L’inclinazione modifica il lavoro di polsi e avambracci.
- La distanza dalla sella cambia completamente la postura della schiena.
Anche pochi millimetri sull’attacco possono trasformare il modo in cui il corpo distribuisce il peso tra mani, bacino e piedi. Molti fastidi alle mani, ai polsi o alle spalle non dipendono dal manubrio in sé, dipendono dal fatto che il ciclista è costretto a sostenere un peso che dovrebbe essere distribuito diversamente. Durante una visita biomeccanica Marco osserva proprio questo. Non guarda soltanto il componente. Guarda come il corpo reagisce a quel componente.
Le mani raccontano molto
Esiste un dettaglio che spesso passa inosservato: dove si formano i calli, come si consumano i guanti, quale parte del palmo si intorpidisce dopo qualche ora. Sono piccoli indizi che raccontano come il peso viene distribuito sul manubrio.
Se una mano tende sempre a caricarsi più dell’altra, probabilmente il problema non nasce lì. Potrebbe dipendere dal bacino, da una differenza di mobilità, da un piede che lavora in modo diverso, oppure da un leggero disallineamento della posizione. Ancora una volta il corpo funziona come un sistema. Ogni parte influenza quella successiva.
Il corpo cambia, anche la posizione deve cambiare
Uno degli aspetti più interessanti affrontati da Marco riguarda il tempo: molti ciclisti effettuano una messa in sella una sola volta nella vita e poi continuano a utilizzare la stessa posizione per anni. Nel frattempo cambiano.
Cambia l’età, la mobilità, la forza, gli obiettivi. Magari iniziano a praticare stretching. Oppure smettono di allenarsi per qualche mese. C’è chi diventa più flessibile e chi perde mobilità. Anche un infortunio o un intervento chirurgico possono modificare completamente il modo in cui il corpo lavora.
La posizione ideale di oggi potrebbe non essere quella ideale tra cinque anni. Per questo una visita biomeccanica non dovrebbe essere considerata un intervento definitivo. È una fotografia. E, come tutte le fotografie, racconta un momento preciso.
Il gravel ha cambiato le regole
Negli ultimi anni Marco ha visto aumentare il numero di ciclisti che praticano gravel. Con loro sono cambiate anche le esigenze. Se nella bici da corsa la ricerca della prestazione porta spesso verso posizioni molto raccolte e aerodinamiche, il gravel richiede un equilibrio diverso.
Le uscite durano più a lungo, i terreni cambiano continuamente, le vibrazioni aumentano, il controllo della bicicletta diventa importante quanto l’efficienza della pedalata. In questi casi la posizione non può essere costruita guardando soltanto i watt. Bisogna considerare anche stabilità, respirazione, libertà di movimento e capacità di gestire il mezzo sui terreni sconnessi. È una filosofia che racconta bene anche l’evoluzione del ciclismo moderno.
La misura più importante non si legge sul metro
Alla fine della visita mi accorgo di una cosa. Marco utilizza strumenti di misurazione, software e riferimenti precisi ma passa molto più tempo a osservare che a misurare.
Guarda come cammino,come appoggio i piedi, come salgo in bicicletta, come mi siedo sulla sella, come pedalo. Ogni gesto aggiunge un tassello. La biomeccanica non è una semplice raccolta di numeri. È interpretazione, esperienza. Capacità di leggere il corpo.
Cambiare punto di vista
C’è però un momento della nostra conversazione che esce completamente dalla biomeccanica. Parliamo della sua carriera, della famiglia e del padre, scomparso quando Marco aveva appena diciannove anni. Mi racconta quei momenti con una sincerità disarmante. Poi pronuncia una frase che rimane sospesa tra noi. «Sono diventato altruista da quando è mancato mio papà».
Non c’è retorica nelle sue parole. C’è la consapevolezza che alcune mancanze cambiano per sempre il modo in cui guardiamo gli altri. Forse è anche da lì che nasce la pazienza con cui oggi osserva ogni ciclista che entra nel suo studio. Non vede semplicemente una persona seduta su una bicicletta. Vede una storia, un corpo, un equilibrio da ritrovare.
Quando esco da Hubbici continuo a guardare la mia bicicletta. Poi, quasi senza accorgermene, smetto.
Inizio a guardare me stessa. Forse è proprio questa la lezione più importante che Marco Canola lascia a chiunque varchi la soglia del suo laboratorio. La prestazione non nasce soltanto da una bici più leggera o da qualche watt in più. Nasce dall’ascolto. Dal capire come il nostro corpo si muove, dove si adatta, dove soffre e dove, finalmente, riesce a trovare il proprio equilibrio. Perché, prima ancora di essere una questione di biciclette, il ciclismo è una questione di persone.
Prima della bici viene sempre la persona
Negli ultimi anni il ciclismo ci ha insegnato a cercare continuamente qualcosa di nuovo: una ruota più veloce, un telaio più leggero, un componente più evoluto. Marco Canola invita a cambiare prospettiva.
Prima di domandarci cosa possiamo migliorare sulla bicicletta, dovremmo chiederci quanto conosciamo davvero il nostro corpo. Perché una posizione efficace non nasce copiando quella del professionista di turno o replicando le misure trovate su internet. Nasce dall’ascolto, dal capire come siamo fatti, da ciò che vogliamo fare in bicicletta e dalla capacità di costruire un equilibrio che sia davvero nostro.
Forse è questa la lezione più importante che si porta a casa dopo una giornata trascorsa con Marco Canola. La migliore posizione in sella non è quella più aggressiva. Non è quella più aerodinamica. È quella che permette al nostro corpo di esprimersi nel modo più naturale possibile, trasformando ogni pedalata in un gesto efficace, confortevole e, soprattutto, sostenibile nel tempo.
Foto: Riccardo Framarin / Greta Zoncada / Maycol Sottile