Entrare da Hubbici significa dimenticare, almeno per qualche ora, tutto quello che normalmente associamo al ciclismo. Quando si parla di migliorare la propria bicicletta, quasi tutti pensano alla stessa cosa: ruote più leggere, un gruppo elettronico, un telaio più performante. Molti ciclisti investono migliaia di euro nella bici e pochissimo negli unici due punti attraverso cui trasmettono realmente la forza: i piedi.
«Puoi avere una bici da diecimila euro, ma se il piede lavora male, lavorerà male tutto il resto». Marco Canola lo ripete spesso durante le visite biomeccaniche. Prima ancora di osservare la posizione in sella, prende in mano la scarpa, la guarda, la piega leggermente e inizia a cercare dettagli che raccontano molto più di quanto immaginiamo: «Guarda qui. L’arco plantare non sostiene più il piede. La scarpa è diventata piatta».
Potrebbe sembrare un dettaglio. In realtà è il punto di partenza di una lunga catena di compensazioni che coinvolge caviglia, ginocchio, bacino e schiena. Spesso il dolore compare lontano dalla causa che lo ha generato. È questo il concetto che ritorna continuamente durante la visita biomeccanica: il corpo non lavora mai per compartimenti stagni.
La scarpa, infatti, non è soltanto un accessorio. È il primo elemento attraverso cui la forza prodotta dalle gambe arriva ai pedali. Se quel punto di contatto non funziona correttamente, tutta la catena cinetica sarà costretta ad adattarsi.
Il piede non spinge soltanto
Nel ciclismo siamo abituati a pensare ai piedi come a due semplici punti d’appoggio. In realtà sono strutture estremamente complesse, formate da ventisei ossa, decine di articolazioni e numerosi muscoli che lavorano continuamente per mantenere stabilità ed equilibrio. Ogni pedalata parte da lì.
Per questo Marco osserva con attenzione l’appoggio plantare prima ancora di intervenire sulla bicicletta. Durante il nostro incontro prende una scarpa e mi fa notare come, con il passare del tempo, il sostegno dell’arco plantare possa perdere efficacia.
A prima vista sembra tutto normale, ma basta osservare meglio per capire che il piede non viene più sostenuto nello stesso modo di quando quella scarpa era nuova. «Molti continuano a usare scarpe ormai deformate senza rendersene conto». È un dettaglio che spesso passa inosservato, ma che può modificare il modo in cui il ginocchio segue la pedalata e il modo in cui il bacino scarica il peso sulla sella.
Quando il dolore nasce lontano dal punto in cui lo senti
Uno degli aspetti più affascinanti della biomeccanica è che il corpo lavora sempre come un insieme. Se il piede perde stabilità, la caviglia modifica il proprio movimento. Il ginocchio inizia a compensare. Il bacino ruota leggermente. La schiena cambia postura. Alla fine il dolore potrebbe comparire proprio nel ginocchio o in altre zone del corpo, mentre la vera origine del problema si trova nel punto più in basso.
È per questo che Marco parte da una accurata analisi ed evita di intervenire direttamente sul sintomo. Preferisce cercarne la causa. Una filosofia che ribalta il modo in cui molti ciclisti affrontano i propri fastidi.
La scarpa giusta non è solo rigida
Negli ultimi anni il mercato ha puntato molto sulla rigidità delle suole in carbonio. Una scelta comprensibile: una struttura rigida disperde meno energia e permette di trasmettere meglio la forza ai pedali. Ma la rigidità, da sola, non basta. Una scarpa deve prima di tutto adattarsi alla forma del piede.
Se comprime eccessivamente l’avampiede, se la suola è troppo piatta o se costringe il piede ad assumere una posizione innaturale, anche il miglior carbonio del mondo servirà a poco. Secondo Marco la scarpa dovrebbe diventare una naturale estensione del piede, sostenendolo senza costringerlo. Solo in questo modo la pedalata rimane fluida, efficiente e stabile.
Le tacchette: pochi millimetri che cambiano tutto
Se la scarpa rappresenta il punto di appoggio, la tacchetta è il collegamento diretto con la bicicletta. Ed è probabilmente uno degli elementi più sottovalutati da chi pedala. Basta spostarla di pochi millimetri per modificare il lavoro di caviglia, ginocchio e anca.
Una posizione troppo avanzata aumenta il carico sull’avampiede, sui polpacci e sulla rotula. Una troppo arretrata cambia completamente la leva della pedalata affaticando i muscoli. E anche la rotazione della tacchetta è fondamentale.
Ogni ciclista possiede una naturale apertura del piede. Costringerlo in una posizione diversa significa obbligare ginocchia e anche a continui adattamenti. Durante una visita biomeccanica questi aspetti vengono valutati insieme, osservando il movimento reale del ciclista e non limitandosi a seguire misure standard.
Il plantare non è un accessorio
Marco dedica molta attenzione anche ai plantari. Molti utilizzano ancora quelli forniti di serie con le scarpe, convinti che siano sufficienti. In realtà il loro compito è spesso limitato.
Un plantare capace di sostenere correttamente l’arco plantare permette al piede di mantenere una posizione più stabile durante tutta la pedalata, riducendo movimenti inutili e migliorando la trasmissione della forza. Non è un elemento che rende automaticamente più veloci. È un elemento che permette al corpo di lavorare con maggiore equilibrio. E, nelle uscite molto lunghe, questo equilibrio può fare una differenza enorme.
Le scarpe si consumano anche se sembrano perfette
Uno degli errori più frequenti riguarda la durata delle scarpe. Molti ciclisti le sostituiscono soltanto quando sono visibilmente rovinate. In realtà i materiali cambiano nel tempo. Le imbottiture cedono, la tomaia si adatta al piede, il sostegno diminuisce.
Da fuori sembrano ancora perfette. Dal punto di vista biomeccanico, però, potrebbero non esserlo più. È un aspetto che raramente viene considerato e che, secondo Marco, merita molta più attenzione.
La prestazione comincia da ciò che non si vede
Alla fine della visita mi rimane impressa una riflessione. Siamo abituati a investire sulle parti più appariscenti della bicicletta, quelle che fanno discutere nei gruppi di appassionati o che attirano lo sguardo durante una pedalata. Marco, invece, concentra il proprio lavoro su ciò che spesso nessuno guarda: un plantare, una tacchetta spostata di pochi millimetri, una scarpa che ha perso il proprio sostegno.
Dettagli quasi invisibili, ma capaci di cambiare il modo in cui il corpo lavora per migliaia di pedalate. Forse è proprio questa la lezione più importante. Prima ancora di cercare qualche watt in più, vale la pena chiedersi se quelli che abbiamo stiamo davvero riuscendo a trasmetterli nel modo migliore.
Perché ogni pedalata nasce dai piedi. E, come accade nelle fondamenta di una casa, ciò che non si vede è spesso la parte più importante.
Foto: Riccardo Framarin / Greta Zoncada / Maycol Sottile