1 Ottobre 2026

Kevin Ferrari: la parte più difficile è partire

Un incidente a diciotto anni, il nuoto, l’arrampicata e poi una gravel con cui cominciare a viaggiare. La storia di Kevin Ferrari non parla di limiti da sconfiggere, ma di quelli che spesso costruiamo prima ancora di provare. E di una bicicletta che, insieme a Silvia, la sua compagna, continua a portarlo un po’ più lontano.

Quando qualcuno gli dice che è fortunato, Kevin Ferrari qualche volta sorride. Anche il giorno della nostra telefonata mi racconta che è arrivato al lavoro senza protesi perché aveva dolore. «Non è che sia proprio una gran fortuna essere senza una gamba», osserva. Poi aggiunge qualcosa che cambia completamente il senso della frase: «Si può però scegliere di non guardare soltanto ciò che manca».

Kevin ha perso una gamba poco prima di compiere diciotto anni, in seguito a un incidente in moto nel quale è finito sotto le ruote di un camion. Anche l’altra gamba ha riportato conseguenze importanti. Non racconta quello che è accaduto come una benedizione travestita da disgrazia e non dice di essere diventato ciò che è grazie all’incidente. Anzi, ammette che sarebbe stato bello avere la testa di oggi conservando entrambe le gambe. Ma riconosce che quella frattura improvvisa della propria vita lo ha costretto, negli anni, a conoscersi diversamente.

All’inizio lo sport non è affatto il centro della sua ripartenza. Prima dell’incidente Kevin non si considera particolarmente sportivo e attraversa un periodo nel quale ha poca voglia di fare qualsiasi cosa. È sua madre a spingerlo a tornare almeno in piscina, pensando soprattutto alla sua autonomia. Il nuoto diventa lentamente qualcosa di più.

Arrivano le prime gare con altri atleti con disabilità e, soprattutto, un allenatore che un giorno gli impedisce di continuare a nascondere sotto lunghi pantaloncini le cicatrici della gamba rimasta. «Tu sei un atleta», gli dice. Da quel momento Kevin comincia, poco alla volta, a presentarsi in piscina semplicemente in costume. Non cambia tutto in un giorno, ma qualcosa si muove: il corpo che cercava di nascondere diventa lo stesso corpo con cui gareggiare.

Poi arriva Trento. Un coinquilino che pratica arrampicata insiste perché provi anche lui. Kevin inizialmente risponde che non può: gli manca una gamba. L’amico insiste ancora. Alla fine Kevin sale.

Da lì entrano nella sua vita la montagna, le pareti, le notti in tenda e quella componente di avventura che qualche anno dopo ritroverà sulla bicicletta. Parallelamente si allena con la squadra universitaria di triathlon, soprattutto nel nuoto e nel ciclismo. La corsa rimane più complicata a causa del moncone molto corto, tanto da costringerlo ad abbandonare alcune esperienze nel triathlon, ma ormai il rapporto con lo sport è cambiato.

E non soltanto quello con lo sport. Kevin parla apertamente anche del percorso di analisi iniziato dopo altri momenti difficili della sua vita. Non descrive mai la propria trasformazione come uno “switch” definitivo. Preferisce parlare di un lavoro che continua ancora oggi, fatto anche di ricadute in vecchi meccanismi e del tentativo, ogni volta, di reagire diversamente.

La ricostruzione, insomma, non è finita. Probabilmente non deve esserlo.

Una gravel per andare ovunque

La bicicletta arriva davvero nella vita di Kevin durante gli anni di Trento e trova la propria forma definitiva intorno al periodo della pandemia, quando compra la sua prima gravel.

Con Silvia, la compagna con cui condivide ormai da anni vita e avventure, cominciano i primi viaggi. All’inizio sono decisamente spartani: tenda, bagagli e parecchia improvvisazione. Poi i chilometri aumentano. Arrivano trail organizzati, ma soprattutto itinerari costruiti da loro, dall’Italia alle Alpi, fino alla Svizzera. Il bikepacking diventa una parte importante della loro vita. Anche nella presentazione con cui Kevin è stato ospite alla Fiera del Cicloturismo racconta i viaggi in bicicletta attraverso Italia ed Europa come uno degli strumenti che gli hanno permesso di recuperare fiducia in se stesso.

La gravel, per lui, ha soprattutto un pregio: gli permette di fare tantissime cose. Mentre qualcuno la considera una bicicletta che non eccelle davvero in nessun terreno, Kevin la guarda esattamente al contrario. Non potendo affrontare in mountain bike alcuni passaggi particolarmente tecnici in discesa, sulla gravel ha trovato un equilibrio diverso: può percorrere molti chilometri, entrare nei boschi, attraversare territori differenti e costruire viaggi di più giorni scegliendo percorsi compatibili con ciò che può fare.

E c’è una sensazione che avvicina curiosamente la bici alla disciplina che Kevin continua ad amare più di tutte: il nuoto. Quando pedala da solo nel bosco, immerso nei propri pensieri e magari con la musica, prova qualcosa di simile a ciò che sente quando entra nel lago durante la pausa pranzo e nuota per cinquanta minuti. È un modo per percepirsi, concentrarsi su quello che sta facendo e sentire pienamente il luogo nel quale si trova.

Ma la bicicletta gli ha insegnato anche qualcosa sulla paura. Durante un soggiorno in Valle d’Aosta, una guida suggerisce a Kevin e Silvia di provare il Tour des Combins. Silvia si entusiasma e comincia immediatamente a organizzare il viaggio. Kevin fa l’opposto: più si avvicina la partenza, meno vuole partire. Non è la fatica a spaventarlo. È ciò che non conosce.

La mattina della partenza preferirebbe quasi restare dov’è. Silvia insiste e alla fine salgono sulle biciclette. Passa circa un’ora e Kevin si sorprende a pensare l’esatto contrario: spera che quel viaggio non finisca mai.
È una delle lezioni che gli sono rimaste maggiormente addosso. A volte la paura immaginata prima di fare qualcosa è molto più grande di quella che si incontra davvero una volta partiti.

Le avventure cambiano forma

Negli ultimi tempi sulla bicicletta di Kevin e Silvia è comparso qualcuno in più. Quando scoprono che diventeranno genitori, insieme alla felicità arriva infatti una paura molto concreta: che cosa succederà alla vita che abbiamo costruito?

Per due persone abituate a viaggiare, allenarsi e trascorrere molto tempo all’aperto, l’arrivo di un figlio sembra inizialmente coincidere con la fine inevitabile di una parte di loro. La Torino-Nizza arriva proprio in quel momento. Diventa un viaggio particolare anche per questo: mentre Silvia è incinta, entrambi cominciano a interrogarsi su quanto davvero diventare genitori significhi rinunciare a ciò che amano.

La risposta la stanno costruendo adesso, un’uscita alla volta.

Con il loro bambino hanno iniziato a utilizzare il carrellino, procedendo gradualmente e valutando di volta in volta percorsi e condizioni. Kevin ci tiene a precisarlo: non vogliono trasformare ciò che fanno in una prescrizione per gli altri né presentarsi come modelli da imitare. Ogni famiglia deve valutare autonomamente che cosa sia appropriato e sicuro per sé. Il punto, per loro, è stato un altro: provare prima di stabilire che qualcosa fosse impossibile.

Così sono tornati sui percorsi sterrati, hanno pedalato in Val Gardena e durante l’estate hanno viaggiato in Francia. In una giornata sono saliti fino a circa 2.700 metri con il bambino al seguito. A ottobre vorrebbero provare qualcosa di nuovo: due giorni all’Isola d’Elba, questa volta fermandosi anche a dormire fuori.

Non sono più le stesse avventure di prima, perché loro stessi non sono più quelli che erano prima. Ma questo non significa che siano necessariamente più piccole.

Forse è proprio qui che la storia di Kevin diventa più interessante della semplice successione di imprese sportive. Prima è stato un incidente a modificare radicalmente ciò che pensava di poter fare. Poi un amico gli ha mostrato che poteva arrampicare. Il nuoto gli ha restituito un rapporto con il proprio corpo. La gravel gli ha dato uno strumento per viaggiare. Silvia, più di una volta, gli ha ricordato che la paura prima di partire non dice necessariamente qualcosa su ciò che troveranno lungo la strada. Adesso un figlio sta cambiando ancora una volta la forma delle loro avventure.

Kevin non sostiene che i limiti non esistano. Alcuni esistono eccome, e lui li conosce molto bene. Quello che prova a non fare è decidere troppo presto dove si trovino.

Per questo continua a nuotare, pedalare, viaggiare e, qualche volta, ad avere paura prima di partire. Perché forse il coraggio non consiste nel convincersi che si può fare tutto. A volte basta concedersi la possibilità di scoprire che si può fare qualcosa in più di quanto avevamo immaginato.

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