9 Ottobre 2026

Massimo Mosso: per partire serve soprattutto imparare a togliere

Cinque anni fa faticava a immaginare 70 chilometri in bicicletta. Poi sono arrivati i primi viaggi, i weekend da 500 chilometri, gli eventi unsupported e Gravel Bike World. Oggi Massimo Mosso prova a mettere la propria esperienza a disposizione di chi vorrebbe partire ma ancora non sa bene come farlo. La prima lezione? Portare meno e organizzare meglio.

Massimo Mosso non è uno di quelli che raccontano di essere cresciuti sopra una bicicletta. Anzi, quando comincia a pedalare seriamente, circa cinque anni fa, attorno a lui non trova nemmeno un grande movimento con cui confrontarsi. Vive sulle colline a nord di Superga, nel Torinese, e inizialmente utilizza soprattutto la mountain bike. Il territorio, del resto, offre parecchio: strade militari, percorsi alpini, la Val di Susa e itinerari sui quali si potrebbe continuare a esplorare per anni.

Poi entra in un negozio e incontra una gravel. La prima è una Bergamont in alluminio, che conserva ancora oggi. Rispetto alla mountain bike gli permette di immaginare qualcosa di diverso: non soltanto un’uscita, ma la possibilità di mettere insieme asfalto e sterrato, percorrere più chilometri e soprattutto partire per qualche giorno. Comincia a guardare ciò che fanno altri viaggiatori, a cercare informazioni, a sperimentare.

All’inizio anche 70 o 80 chilometri in una giornata sembrano tanti. Poi diventano possibili. Le distanze aumentano progressivamente, fino ad arrivare a weekend da circa 500 chilometri in tre giorni. E insieme ai chilometri cambia il modo di pensare la bicicletta. Non più soltanto il mezzo con cui allenarsi, ma uno strumento per spostarsi, attraversare un territorio e costruire un viaggio.

È anche il periodo in cui Massimo entra nel progetto Gravel Bike World, nato poco prima della pandemia e cresciuto negli anni in una realtà dedicata alla condivisione di viaggi, eventi ed esperienze gravel. Oggi il gruppo riunisce persone distribuite soprattutto nel Nord Italia, oltre a due collaboratori in Spagna, e utilizza i propri canali per raccontare ciò che pedala e segnalare iniziative legate al territorio. La piattaforma si definisce proprio come un punto d’incontro e condivisione tra il mondo gravel e il suo pubblico.

Per Massimo questo significa anche raccontare il Piemonte. Quando parla delle strade militari attorno a casa sua comincia a snocciolare nomi quasi senza fermarsi: l’Assietta, la Strada dei Cannoni, i Monti della Luna, il Colle della Lombarda. Ma il viaggio, nel frattempo, lo porta anche molto più lontano. Le attività pubblicate da Gravel Bike World documentano, per esempio, lunghe tappe europee attraverso Francia, Svizzera e Slovenia, con giornate che superano anche i cento chilometri.

Più aumenta l’esperienza, però, più Massimo comprende una cosa apparentemente poco romantica: l’avventura ha bisogno di organizzazione.

Prima di riempire le borse, prendete un foglio

Quando Massimo ha iniziato a viaggiare in bicicletta, il problema non era soltanto capire quale tenda comprare o come caricare la gravel. Era soprattutto non sapere a chi chiedere.

Online si trovavano già video, recensioni e consigli, ma non sempre era semplice capire quali fossero realmente utili per il viaggio che si voleva affrontare. E un prodotto perfetto per qualcuno può essere completamente inutile per qualcun altro. Da questa esperienza nasce l’idea di organizzare un workshop dedicato a chi vuole avvicinarsi ai viaggi e agli eventi gravel di più giorni.

La prima serata supera le sue aspettative. Arrivano molte persone, partecipano anche organizzatori di eventi piemontesi e soprattutto arrivano domande: come si prepara la bici? Che cosa bisogna portare? Come si affronta un evento unsupported? Quanto serve davvero avere nelle borse?

Massimo parte da un principio semplice: prima di chiedersi che cosa aggiungere, bisogna capire che cosa si può togliere.

Il suo primo consiglio è quasi analogico. Prima ancora di preparare la bicicletta, prendere carta e penna e fare un inventario. Scrivere “borsa anteriore”, “borsa posteriore”, “borsa sul tubo” e decidere che cosa andrà esattamente in ciascuna. Solo quando tutto è davanti agli occhi diventa evidente che cinque paia di calze per tre giorni forse non servono, che una power bank enorme può essere sostituita da una più piccola o che due borracce non sono indispensabili se lungo la traccia sono presenti abbastanza punti d’acqua.

Non esiste però la configurazione perfetta valida per tutti. Ed è forse questo il consiglio più utile che emerge parlando con lui. Una bici preparata per tre giorni dormendo in strutture non può essere equipaggiata come quella di chi passerà le notti in tenda. Cambiano il percorso, la stagione, le distanze quotidiane, la possibilità di rifornirsi e il grado di autonomia necessario.

Lo stesso vale per il materiale. Massimo preferisce costruire nel tempo un rapporto con negozi e aziende dove possa confrontarsi con qualcuno che conosca realmente il prodotto: sapere perché un sacco a pelo è più indicato di un altro o poter riparare una tenda diventa più importante dell’accumulare attrezzatura suggerita dall’ultimo contenuto visto sui social.

E poi serve sempre un’alternativa. «Bisogna essere pronti ad avere un piano B», dice quasi scherzando durante l’intervista. Ma il concetto è serio. Quando si pedala da soli, magari al tramonto e lontano dai centri abitati, sapere dove si può dormire, dove trovare acqua o come abbandonare eventualmente il percorso non elimina l’avventura. Al contrario, permette di viverla con maggiore libertà.

Il viaggio comincia davvero quando incontri qualcuno

Se però gli si chiede che cosa gli abbia dato la bicicletta, Massimo smette quasi subito di parlare di borse, tracce e attrezzatura. Parla delle persone. Negli eventi di più giorni parte spesso da solo. Poi succede che per quindici o venti minuti si pedali accanto a uno sconosciuto e quello sconosciuto cominci a raccontare la propria storia.

Durante l’Emilia Gravel, per esempio, Massimo si è ritrovato a cena con un uomo di 53 anni che aveva iniziato ad andare in bicicletta soltanto un anno prima e aveva poi deciso di prendersi un anno sabbatico per viaggiare. «Mi ha affascinato quello che mi raccontava», ricorda.

È questo uno degli aspetti che continua a riportarlo agli eventi e ai viaggi. Non soltanto arrivare alla fine della traccia, ma sapere perché qualcuno l’ha disegnata, incontrare chi la percorre e attraversare luoghi nei quali difficilmente si sarebbe arrivati in automobile. Nei piccoli paesi dell’Appennino può bastare fermarsi in un bar o in un alimentari. La bicicletta carica incuriosisce: qualcuno domanda da dove sei partito, qualcun altro dove stai andando. Poi le parti si invertono e sono gli abitanti a raccontare qualcosa del proprio paese. Luoghi che sulla mappa rappresentavano soltanto un punto tra la partenza e l’arrivo acquistano improvvisamente una storia.

È forse qui che l’approccio estremamente organizzato di Massimo trova il suo contrappeso. Si prepara perché sa che un viaggio può presentare problemi, studia la traccia, riduce il peso e pensa alle alternative. Ma lo fa proprio per lasciare spazio a tutto ciò che non può organizzare: un incontro, una conversazione, una deviazione, un paese nel quale non pensava di fermarsi.

Cinque anni fa c’erano 70 chilometri che sembravano tanti e molte domande alle quali non sapeva rispondere. Oggi alcune di quelle risposte Massimo prova a passarle a chi si trova nella stessa situazione, attraverso Gravel Bike World e i suoi workshop. Non per spiegare quale sia il modo giusto di viaggiare in gravel, perché probabilmente non esiste.

Piuttosto per rendere un po’ più semplice il momento in cui si chiudono le borse, si controlla un’ultima volta la traccia e finalmente si parte. Con meno cose sulla bicicletta e più spazio per quello che si troverà lungo la strada.

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