20 Novembre 2024

Luca Loro: due ruote e un obiettivo, per mettersi a fuoco

La bici come strumento per scoprire nuovi luoghi, ma soprattutto noi stessi.
Luca Loro

Scrivere per una rivista come Gravel Magazine ci permette non solo di conoscere persone appartenenti al mondo della bici, ma soprattutto persone che, con il proprio vissuto e la propria esperienza, ci arricchiscono con le loro storie, lasciandoci ogni volta qualcosa di nuovo. Oggi abbiamo fatto una chiacchierata con Luca Loro, dopo averlo scoperto per caso mentre programmavamo un itinerario e cercavamo ispirazione e informazioni in merito al tragitto da percorrere. Lo abbiamo visto su YouTube, sul suo canale (https://www.youtube.com/c/LucaLoro) e ne siamo subito rimasti affascinati. Ma facciamo un passo indietro e scopriamo insieme con chi stiamo parlando.

Luca, ci presenti brevemente chi sei?

Ciao a tutti e tutte, sono Luca Loro, nato nel 1989 a Pieve di Cadore, un paesino nelle montagne bellunesi. Mia madre, però, è originaria di Venezia, quindi sono cresciuto in quella zona. Fino ai 5/6 anni ho vissuto anche in India perché mia madre si era stabilita là per un periodo e questo mi ha dato un imprinting particolare, mi ha formato in merito ad alcuni gusti e tendenze che poi ho riportato nella bicicletta e in tutte le cose che faccio. Da una decina d’anni sono tornato a vivere a Cortina D’ampezzo, perchè mi sentivo un po’ perso in città e, al contrario, la montagna mi ha sempre fatto sentire bene. Ho la fortuna di aver trovato una routine che mi permette di fare sport tutto l’anno: lo sci d’inverno, la bici per la maggior parte dell’anno e d’estate lunghe passeggiate a piedi. Sono molto appassionato di carte geografiche, amo avventurarmi in luoghi nuovi, in esplorazione, andare oltre i confini, vedere cosa c’è dietro.

Quindi non ti consideri un vero e proprio ciclista?

No, non mi considero un ciclista vero e proprio. Faccio la bici perché è uno strumento che mi permette di fare delle cose. Non ho mai tenuto in considerazione il fatto che in questo momento vada di moda, fintanto che per me risulta efficace per fare ciò che voglio, la uso. Se non sarà più così, non ne farò un dramma. 

Cosa ne pensi del mondo della gravel? 

Diversi anni fa ho provato la gravel e mi si è aperto un mondo perché è un modo molto più efficace di spostarsi su due ruote, multisuperficie, agile e quindi si abbattevano una serie di confini. La bici (come la intendevo prima) mi ha sempre limitato, se così si può dire, perché sui sentieri sentivo un impedimento e, a quel punto, preferivo muovermi a piedi. Una volta scoperta la grave, mi sono ricreduto: posso, finalmente, allungare i giri, percorrere più tracciati e questo mi ha affascinato sin da subito. Ho percepito che potevo arrivare un po’ ovunque, provare quel senso di libertà che mi fa sentire bene.

Hai mai provato il bikepacking?

Sì, mi sono appassionato molto ai giri lunghi, al bikepacking. Fino ad ora ho optato per giri della durata di un giorno o al massimo di tre/quattro giorni, ma senza portarmi la tenda al seguito, perché mi piace essere leggero ed esplorare. Ho fatto la Race Across France (1100 km con 24000 mD+) in quattro giorni e la Basilicata coast-to-coast, della durata di tre giorni. Mi piacciono molto i materiali con cui è fatta una gravel, mi piace saperla smontare, rimontare, guardare i vari componenti. Sono un appassionato, sì, ma non ne sono schiavo. Quando pedali guardi davanti e ti godi l’esperienza. L’attrezzatura è un mezzo per raggiungere uno scopo.

Come è nato il tuo canale YouTube?

Circa 14/15 anni fa ho scoperto che amavo la fotografia. Mi è sempre piaciuto molto dipingere, disegnare. Amavo raccontare storie e farmele raccontare. Insomma ho sempre avuto questa vena creativa. All’inizio pensavo di fare reportage di guerra, poi ho iniziato a studiare, ho conosciuto vari professionisti e ho capito che l’ambito bellico non faceva per me. Quindi ho deciso di seguire una fotografia più calma e posata. Sono arrivato in montagna e, sebbene io la ami tantissimo, ho capito che non mi piace fotografarla. Un giorno ho preso una GoPro, l’ho attaccata alla bici e sono partito. Ho iniziato a parlare pedalando. Ho trovato la cosa molto dinamica, fluida, e così sono nati i primi video. Mi è sembrato molto semplice. Per mia natura non mi piace creare grandi sovrastrutture. Mettere dei filtri alla fotografia, o ai video, toglie valore all’esperienza perché ne elimina la spontaneità. Quando parto per un giro in bici non so se poi ne farò il video. Creo la traccia gpx, ma non ho la certezza che porterò a casa un video. È tutto super improvvisato: solo così riesco a vivere davvero una esperienza.

Da dove nasce questa voglia di ritornare all’essenza delle cose?

Dopo il liceo ho cercato di capire come diventare fotografo di professione. Ammiravo moltissimo la fotografia del National Geographic e tutto quello che sognavo era arrivare a quei livelli. Attraverso varie peripezie sono finito a New York, un luogo davvero fighissimo, ma che mi ha distrutto perché mi mancava lo spazio naturale. Poi ho conosciuto Alex Majoli, fotoreporter pluripremiato, ho fatto con lui una masterclass e grazie a questo percorso ho potuto fare una psicoanalisi molto profonda. Attraverso le sue lezioni sono riuscito a riconnettermi con me stesso, chiedermi chi fossi davvero. Mi son dovuto, in qualche modo, affrontare. C’è stata, quindi, una sorta di crisi, mi sono messo in discussione. Ho capito che per fare il fotografo, ma in generale qualsiasi cosa, avrei dovuto attingere non solo dai libri di fotografia, ma fare esperienze, vivere la realtà, esplorare, andare al di là delle cose. E il tutto in prima persona.

E questo confronto con te stesso come ti ha giovato nel mondo sportivo? Hai mai fatto gare?

Sì, ho partecipato all’Eroica e alla Veneto Gravel. L’anno prossimo mi sono dato come obiettivo la Traka da 200 km. Ma faccio fatica con le competizioni, perché non mi interessa il confronto con gli altri. Da piccolo mi agitavo tantissimo, ora proprio non mi attira, voglio solo vivere l’esperienza e confrontarmi con me stesso.

C’è un episodio che ti ha segnato particolarmente? 

Undici anni fa sono stato travolto da una valanga sciando. Ero sul Faloria. L’ho scaricata io e mi ha travolto, per fortuna non ha coinvolto nessun altro. Sono rimasto nove mesi a letto, per via di una gamba rotta. Prima di quell’episodio non ricordo di essere mai stato all’ospedale, neanche per le analisi del sangue. Mi sentivo invincibile, mi piaceva il rischio, e sciavo in maniera poco sicura, come se non avessi rispetto di me stesso e della montagna in generale. Quel giorno ero uscito con degli amici, mi avevano trascinato a sciare con loro. Io non me la sentivo, ma non avevo dato ascolto al mio corpo. Dopo quell’episodio ho capito che devo sempre ascoltarmi, che rimanendo da solo riesco a sentire meglio cosa vuole comunicarmi il corpo, la mente. Non mi sono mai arrabbiato con la montagna per quanto successo, ho vissuto quei nove mesi come una sorta di rinascita in cui ho letto tantissimo, ho meditato su molte cose, ho avuto l’opportunità di fermarmi. Amo la neve, il ghiaccio, perché questo ambiente è per sua natura delicato e complicato allo stesso tempo, è fragile e mobile, proprio come l’essere umano. Questo incidente mi ha insegnato che devo affinare il mio strumento, ascoltarlo bene quando sono solo, così da potermi accordare meglio quando sono in compagnia di altre persone e vivere delle esperienze uniche, spontanee, vere. È da qui che nasce quello che vedete su YouTube, quello che sono.

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