10 Gennaio 2025

Omar Di Felice: pedalare ai confini del mondo e di sé stessi

Quattro chiacchiere con l’Ultracyclist, per antonomasia, tra imprese estreme e lezioni di vita.
Omar Di Felice Antartide

Omar Di Felice è un nome leggendario nel mondo dell’imprese su due ruote che vanno oltre l’immaginario umano. Un nome che evoca imprese straordinarie, resistenza fuori dal comune e un profondo rispetto per il nostro pianeta. Ultracyclist italiano di fama internazionale, Omar ha trasformato la sua passione per la bicicletta in un mezzo per esplorare i confini estremi della Terra e sensibilizzare il mondo sull’urgenza della crisi climatica. Dall’Artico all’Antartide, dalle vette dell’Himalaya alle sterminate lande desertiche, ogni sua impresa è un racconto di determinazione e adattamento, condito da una rara capacità di affrontare l’isolamento e le difficoltà. L’ultima impresa in Antartide rappresenta il culmine del suo percorso: 716,5 chilometri percorsi in solitaria tra venti catabatici e temperature glaciali, per vivere in un luogo remoto come pochi altri hanno osato fare. Questa esperienza è un’ode alla natura incontaminata e una riflessione sul ruolo dell’umanità di fronte alla sua fragilità. Omar è anche autore e divulgatore. Il suo ultimo libro La mia Antartide – Viaggio (attraverso me stesso) nel luogo più estremo del Pianeta e il film documentario White Out – Oltre l’Antartide, entrambi frutto del racconto della sua ultima avventura, sono strumenti per ispirare e sensibilizzare il pubblico. Il libro è disponibile in tutte le librerie dal 22 novembre, mentre il docufilm è stato proiettato in alcune sale cinematografiche, con prima assoluta il 27 novembre al Cinema Anteo Citylife di Milano. 

C’è un ricordo della tua infanzia che, riletto oggi, ti sembra già contenere il seme della spinta verso l’esplorazione estrema?

Ho un ricordo molto vivido della mia infanzia ed è un libro intitolato Il libro dei perché, dove c’era una domanda che ha catturato la mia curiosità: “Perché nessuno vive in Antartide?”. Questo interrogativo mi ha profondamente affascinato e mi ha spinto a cercare di capire come fosse possibile che esistesse un luogo nel mondo dove le condizioni fossero talmente dure e difficili da rendere impossibile la vita stanziale. Fin dall’inizio, quindi, ho nutrito una grande fascinazione per l’esplorazione dell’ignoto. Poi, in età pre-adolescenziale, mi sono innamorato del ciclismo grazie alle imprese di Marco Pantani. Da quel momento è nato un connubio tra il mio amore per l’esplorazione e la passione per la bicicletta. Questo mi ha portato prima a diventare un ciclista tradizionale e, successivamente, a spingermi sempre più lontano, esplorando nuovi luoghi e scoprendo territori inesplorati. Questo percorso mi ha condotto alla carriera di ultracyclist che tuttora porto avanti con passione.

Le tue imprese ti portano a vivere lunghi periodi di isolamento. Quanto di questa scelta nasce dalla volontà di sfidare il mondo esterno e quanto dal desiderio di confrontarti solo con te stesso?

Sicuramente, l’isolamento è una condizione che mi ha sempre caratterizzato. Non è mai stata una forzatura per me, quanto piuttosto una necessità. Amo quei momenti di introspezione che riesco a vivere durante i lunghi periodi di totale solitudine. Sono momenti preziosi in cui posso confrontarmi con me stesso e ascoltare le mie voci interiori senza distrazioni. Viviamo in una società che ci porta a essere costantemente condizionati da ciò che ci circonda. Per me, l’isolamento è un modo per tornare alle origini, per ritrovare quella connessione profonda con me stesso. Questo è particolarmente difficile da ottenere nelle nostre vite quotidiane, anche quando siamo fisicamente soli. Una notifica sul telefono, un messaggio, una chiamata: c’è sempre qualcosa che ci ancora agli altri, che interrompe quel silenzio necessario per un vero momento di solitudine. In quei luoghi estremi, invece, riesco finalmente a spegnere tutto e a vivere un isolamento autentico, che mi permette di riflettere e di riscoprire chi sono davvero.

Durante i tuoi viaggi in luoghi estremi, come l’Antartide, hai mai avuto l’impressione che la natura comunicasse con te?

Ciò che ho imparato e continuo a imparare durante le mie esplorazioni e i miei viaggi è che la natura non è un’entità inerte o fine a se stessa. La natura è viva e comunica con noi in molti modi: attraverso i rumori, i suoni, gli eventi meteorologici, e il mutare delle stagioni. Ogni elemento è una forma di espressione, una testimonianza della sua vitalità. Per me, tutto ciò che incontro in questi luoghi estremi rappresenta la vita nella sua forma più pura. Da questo punto di vista, non posso che confermare che la natura è qualcosa di estremamente vivo, attivo e in grado di instaurare un dialogo costante con chiunque sia disposto ad ascoltarla.

In situazioni di estrema difficoltà, cosa ti tiene ancorato alla decisione di andare avanti?

Indubbiamente la passione, e soprattutto il sogno che affonda le sue radici nella mia infanzia: il desiderio di trasformare la mia grande passione in un lavoro. Questo è ciò che mi rende profondamente felice. Nei momenti di difficoltà, quando la tentazione di mollare potrebbe farsi sentire, mi fermo un attimo e rifletto: “Ok, stai affrontando grandi sfide, ma stai anche facendo quello che hai sempre desiderato. Sei una persona fortunata”. Questo pensiero mi aiuta a ritrovare la gratitudine e la forza per andare avanti. Ovviamente, il mio unico limite è la sicurezza. Prima di partire, accetto l’idea di spingermi al limite e di esplorare fino a capire fin dove posso arrivare. Ma so con certezza che continuerò a farlo solo finché le condizioni di sicurezza me lo consentiranno. Questa è una regola ferrea che mi sono imposto: rispettare i miei limiti per non mettere a rischio la mia vita.

Esplorare ambienti come l’Antartide implica un profondo rispetto per un mondo che non appartiene a nessuno. Come bilanci la conquista con la consapevolezza di essere solo un ospite temporaneo?

La cosa straordinaria dell’Antartide è che è l’unico pezzo di terra sul pianeta che appartiene a tutti e a nessuno allo stesso tempo. Non esiste una proprietà nazionale, ma è regolamentata dal Trattato Antartico. È un luogo unico, dove l’umanità è riuscita a trovare un equilibrio e a rispettare la natura in modo collettivo. In Antartide, so di essere un ospite. Questo è evidente fin dal primo momento: la natura è così vasta e imponente che ti sovrasta completamente. Ogni passo che fai è regolato dalla natura stessa. Questo è uno degli insegnamenti più profondi che porto con me: in quei luoghi, comprendi quanto siamo piccoli rispetto alla grandezza della natura e quanto dipendiamo da essa. Purtroppo, come umanità, abbiamo spesso piegato la natura ai nostri bisogni, sfruttandola oltre misura per soddisfare le nostre esigenze e comodità. L’Antartide è una lezione vivente su quanto sia importante rispettare e convivere con l’ambiente, piuttosto che dominarlo. Questa consapevolezza è qualcosa che dovremmo applicare anche al resto del pianeta.

Hai descritto la sofferenza come una costante delle tue avventure. In che senso?

La sofferenza che si prova durante questo tipo di sfide non è tanto fisica, perché quando fai ultracycling o uno sport estremo sai già che dovrai affrontare una certa dose di sofferenza fisica. È qualcosa di normale, di fisiologico, che metti in conto fin dall’inizio. Ti alleni, prepari il corpo e ti abitui a sopportarla per andare avanti. Ma un atleta è anche una persona, un essere umano, e con sé porta un universo di sofferenze interiori: affetti, amori, traumi, dolori legati a persone care. A un certo punto, in situazioni di isolamento o estrema difficoltà, tutto questo può emergere. In quei momenti ho imparato che bisogna essere gentili con sé stessi, accogliendo le proprie difficoltà e fragilità. Non si tratta sempre di respingerle o superarle, ma di accettarle, attraversarle e imparare da esse. Questo è il percorso che ho fatto e continuo a fare durante le mie esplorazioni. Accogliere le proprie vulnerabilità è una lezione importante, e credo che sia un messaggio fondamentale da condividere.

Il punto di arrivo per te è solo un dettaglio. Come questa filosofia ha cambiato il tuo approccio alla vita?

Potrebbe sembrare un po’ retorico dire che il punto di arrivo non è importante, e qualcuno potrebbe pensare che lo si affermi solo quando non si riesce a raggiungere l’obiettivo finale. Tuttavia, quando parti per un’impresa come l’Antartide, è naturale fissarti un obiettivo fisico o geografico, magari un certo numero di chilometri da percorrere. Ma poi la realtà di una sfida come questa, in un ambiente remoto e imprevedibile, ti costringe a rivedere le tue priorità. Basta un cambiamento di vento per metterti in pericolo di vita o costringerti a restare chiuso in tenda per giorni. In quelle condizioni, l’obiettivo cambia: non è più arrivare a una specifica meta, ma fare il massimo possibile con il tempo e le risorse a disposizione. Per me, vivere l’Antartide è stato un successo proprio perché sono riuscito a immergermi completamente in quell’ambiente, ad attraversarlo, a sopravvivere e a viverlo come se fosse il mio habitat naturale. Quando mi sono dovuto fermare perché le risorse erano esaurite, non ha avuto alcuna importanza il punto preciso indicato dal Gps. Ciò che contava davvero era l’intera esperienza che avevo vissuto. Ridurre tutto a una semplice bandierina piantata al Polo Sud sarebbe stato troppo riduttivo e avrebbe sminuito anni di preparazione, mesi di allenamento e settimane di vita trascorse in quelle condizioni estreme. Non avrebbe reso giustizia al significato più profondo di quell’impresa. Da questa prospettiva, posso dire che ho riscritto la mia concezione del traguardo: non è la meta finale a definire il successo, ma il percorso che hai fatto per arrivarci.

In Antartide hai comunque percorso 716,5 km. C’è un segmento particolare che rappresenta più di tutti l’essenza della tua avventura?

La seconda metà del mio secondo tentativo è stata la parte in cui ho iniziato a vivere davvero l’Antartide come se fosse il mio habitat naturale. Ricordo momenti in cui, la sera, uscivo dalla tenda nonostante il vento gelido. Invece di rifugiarmi subito nel sacco a pelo, rimanevo lì fuori, cercando di godermi appieno l’esperienza e la magia di quel luogo unico. Questi momenti sono impressi nella mia memoria come alcune delle immagini più intense e significative che porto con me dell’Antartide.

Le imprese come le tue richiedono preparazione fisica e mentale, ma anche la gestione delle aspettative di chi ti segue. Come riesci a restare fedele alla tua visione?

Quello che pensano gli altri, o le aspettative che hanno su di noi, ha certamente un peso. Sarebbe ingenuo negarlo. Quando fai qualcosa in modo pubblico, sapendo che migliaia di persone ti stanno osservando pronte a giudicare, a emettere sentenze o critiche, ogni tua decisione porta con sé il condizionamento delle possibili conseguenze. Questo, soprattutto in passato, mi ha influenzato. Non posso negarlo. Con il tempo, però, ho imparato a scrollarmi di dosso il peso delle aspettative altrui. Se fai le cose basandoti solo su ciò che gli altri si aspettano da te, rischi di perdere coerenza con la tua visione, di muoverti secondo i desideri altrui e non secondo ciò che senti profondamente. Per me, è stato fondamentale restare fedele a quello che reputavo giusto e che credevo nella mia mente. L’Antartide ne è un esempio perfetto: è stata una delle esperienze in cui sono stato sia molto apprezzato che molto criticato. Tante persone si sono chieste: “Che senso ha avuto attraversare l’Antartide in bicicletta?” Ma per me aveva un significato profondo. Volevo farlo, amavo l’idea di farlo, e l’ho fatto. Sono rimasto coerente con il mio sogno e con ciò che sentivo di voler realizzare. Questa coerenza, per me, è ciò che conta davvero.

Molti dei tuoi progetti richiamano l’attenzione su temi globali, come il cambiamento climatico. Qual è l’insegnamento più prezioso che speri di lasciare?

Imparare a riconoscere il valore che la natura ha rispetto all’essere umano. Spesso non ci rendiamo conto di quante azioni abbiamo intrapreso a scapito della natura, spinti dal desiderio di soddisfare le nostre comodità, esigenze e, talvolta, i nostri capricci. Attraversando l’Antartide e luoghi simili, riscopri quanto sia grande e straordinario il Pianeta Terra. Comprendi la reale proporzione tra l’essere umano e l’ambiente circostante. Credo fermamente che sia fondamentale mantenere sempre ben chiara questa consapevolezza: riconoscere la misura dell’uomo rispetto alla natura è essenziale per vivere in armonia con il nostro pianeta. Soprattutto, dobbiamo tornare a essere più gentili verso la Terra, che abbiamo smesso di considerare come la nostra casa. Questo è forse il problema più grande del nostro tempo.

Foto di Marta Baffi – @marta_photographer
Foto di Omar Di Felice – @omardifelice

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