25 Novembre 2024

Con gli occhi dei Mo’ai: in gravel alla scoperta dell’Isola di Pasqua

Quello compiuto da Franco Dutto è davvero un viaggio da raccontare: chiudiamo gli occhi e lasciamoci condurre lungo gli sterrati dell’Isola di Pasqua.

Tipo di percorso: Gravel
Durata: Un giorno
Partenza: Hanga Roa
Arrivo: Hanga Roa
Località toccate:
Tongariki, Anakena

★☆☆☆☆

Km: 50
Dislivello: +660

Quando è meglio affrontarlo: Primavera, estate e autunno australe
Pneumatici utilizzati: 50
Tipologia di bici consigliata: Gravel, MTB

Rapa Nui in bicicletta

Respirare il vento dell’oceano Pacifico, percorrere strade solitarie vicino a scogliere bellissime, camminare su spiagge di roccia vulcanica. E ancora, rimanere ipnotizzati da imponenti statue di tufo, vulcani spenti e cavalli allo stato brado. Se tutto questo vi elettrizza,  abbiamo il viaggio che fa per voi. Il percorso di oggi, infatti, parte dall’unico grande villaggio dell’Isola di Pasqua (Rapa Nui, nella lingua locale), Hanga Roa. Ci troviamo a 109° di longitudine ovest e 27° di latitudine sud, nel bel mezzo dell’oceano, in un’isola abitata da meno di 10mila abitanti. Da Hanga Roa, imbocchiamo la strada costiera che offre panorami mozzafiato. Il traffico è pressoché nullo, se non fosse per pochi turisti e qualche pazzo come noi che pedala lentamente, ma con la testa in continuo movimento, per cogliere tutti i dettagli che gli si presentano davanti. Dopo circa una ventina di km, nel corso dei quali si incontrano siti archeologici come quelli di Akahanga, Oroi e Ura-Uranga te Mahina, si sale verso la cantera (tradotto in italiano, la cava) del vulcano Rano Raraku, uno dei cantieri di produzione dei Moai più incredibili. Qui la scena è unica: centinaia di colossi piantati nel terreno, o sdraiati, o addirittura ancora in via di costruzione. La sensazione è quella di entrare nella bottega di un artigiano ancora in attività, con l’unica differenza che questi lavori sono stati realizzati dal 1200 al 1500. Conclusa la visita, si riprende la strada verso Anakena (l’unica grande spiaggia dell’isola), incontrando Tongariki con i suoi quindici Moai rimasti dopo lo tsunami del 1960. Dopo una sosta sulla spiaggia di Anakena, riprendiamo la via del ritorno, passando all’interno di Rapa Nui, con alcune lunghe salite tra campi coltivati, boschi di eucalipto e fattorie.
Considerando che l’isola ha una superficie di soli 163 km quadrati, visitarla in sella ad una gravel significa godersi ogni suo angolo. Vi sembrerà di stare in paradiso ed è l’occasione perfetta per riconnettersi con il mondo e con sé stessi.

Punti di interesse

Orongo, Hanga Roa, Ranu Raraku, Anakena, Tongariki, Vitacura, Tagikistan, Nau Nau

Suggerimenti (consigli tecnici, dove alloggiare/mangiare)

Molte cabañas per dormire, ottimo cibo, ma costi elevati. Le bici in affitto sono di bassa qualità e non manutenute… ma il giro è davvero splendido.

Per saperne di più: quattro chiacchiere con Franco Dutto


Come è nato il desiderio di visitare l’Isola di Pasqua?

Io e mia moglie ci trovavamo in Sudamerica, occasione perfetta, dunque, per raggiungere l’Isola di Pasqua. Da Santiago del Cile, infatti, ci vogliono cinque ore di volo, ma se si conta anche il viaggio per raggiungere la capitale sudamericana, diventano quasi venti. Un tragitto che è bene spezzare, sennò diventa insostenibile, oltre ad essere parecchio oneroso. 

Arrivati sull’isola, siamo stati sei giorni in cabañas, alloggi molto simili ad aparthotel, dotati di cucina e soggiorno. La popolazione è principalmente Maori, così come di origine cilena ed ex peruviana. L’isola ha un solo grande villaggio, all’interno del quale la vita dei turisti si mescola inevitabilmente con quella dei local: non c’è differenza, ciascuno vive l’isola come fosse casa propria, nel rispetto degli equilibri del microcosmo che regna sovrano. C’è parecchia accoglienza, ma l’entrata all’isola è rigidamente contingentata, proprio per mantenere l’ecosistema intoccato e prevenire qualsiasi modifica portata dall’esterno (motivo per cui i costi sono molto alti). 

E con le bici, come funziona? È vista come fonte di disturbo? 

Abbiamo deciso di noleggiare le bici in loco. Ci riteniamo dei cicloturisti a tutti gli effetti e amiamo visitare pedalando: nessun altro mezzo consente di vedere e vivere i luoghi come lo si può fare in sella. Portarsi la propria gravel sarebbe stato impossibile: l’isola è percorribile in pochi giorni, perciò conviene affidarsi ad una delle agenzie che affittano mezzi di trasporto. Ce ne sono numerose, ma piccole e nulla a che vedere con i negozi che abbiamo qui in Italia. Per noi la bici era una cosa di gioventù, abbandonata per anni e poi recuperata per puro caso. Abbiamo cominciato con percorsi corti, vivendo in Piemonte è inevitabile arrivare ai piedi delle montagne: siamo abbastanza allenati, perciò,  anche in salita. La cosa bella della bici è che permette di cibare quell’insaziabile senso di curiosità, dandoti la possibilità di raggiungere tutto ciò che vuoi in poco tempo, scoprendo cose favolose. Come è accaduto nel caso dell’Isola di Pasqua.

Quindi è una meta a misura di ciclista?

Allora, non la definirei proprio così. L’Isola di Pasqua è una meta che si può ammirare in tutta la sua bellezza dalla sella di una bici, ma non è organizzata per soddisfare le necessità di un ciclista. Per esempio, per quanto riguarda la manutenzione, non ci sono punti strategici dove è possibile trovare un meccanico, così come esistono in altre zone del mondo. Più è complicata la bicicletta più è facile che si rimanga a piedi. Questo perché i negozi che affittano le bici riescono al massimo a risolvere un problema meccanico. Se il danno è elettronico, non si trova assistenza. Insomma, è una sfida come piace ai gravellisti più coraggiosi: autogestione e avventura. 

È un percorso che richiede un certo tipo di allenamento?

L’isola è vulcanica perciò ci sono alcune salite, ma il picco più alto è meno di 400 m. Le strade sono poche, e ancor meno quelle asfaltate e percorribili in bici. Fortunatamente tutta la parte costiera è collegata da un lungo tragitto che collega ai siti dove sorgono i Moai, principalmente rivolti verso il mare, così come ai cantieri dove questi venivano prodotti, alle basi dei vulcani. Con una sessantina di km si percorrono circa 700m di dislivello, quindi molto poco rispetto a quello a cui siamo abituati noi, ma gli scenari sono pazzeschi. Noi la bici la viviamo in modo lento: non è una gara, ma una scoperta. La gravel si presta perfettamente a questa modalità di viaggio. Secondo me è la più bella invenzione degli ultimi anni: a noi non piace affatto andare su strada, amiamo infilarci in sentieri sconosciuti e Komoot permette di farlo in tranquillità. Il percorso che vi ho raccontato, infatti, nasce da un itinerario proposto dalla piattaforma, che poi noi abbiamo in parte modificato. 

LEGGI ANCHE: Diario di una neofita alle prese con Komoot

Spiegaci meglio questa cosa del visto per entrare nell’Isola

L’isola importa tutto, ha pochissima coltivazione e la sua superficie è occupata principalmente da parchi naturali. Gli abitanti vivono di turismo, di pesca e allevamento. È, davvero, un microcosmo molto fragile, motivo per cui ci vuole un permesso specifico per accedere all’isola. Questo permette, in primis, di evitare il soraffollamento turistico e, poi, che l’equilibrio di fauna e flora venga alterato da attività e prodotti che non siano quelli già presenti sull’isola. Allo stesso modo, è vietato esportare cose che non siano quelle vendute apposta come souvenir. È una specie di paradiso terrestre, un mondo a parte che va per forza visto una volta nella vita. Pensate che a gestire il turismo sono gli stessi Maori e per poter accedere ai siti archeologici si deve necessariamente avere una guida locale. C’è un forte senso di protezione verso l’ecosistema, che nel passato è stato alterato e rovinato dalle popolazioni esterne, e quindi ora i nativi cercano di preservare l’isola dall’over tourism. 

La gravel permette di uscire dalle routine e dai ritmi scanditi proprio dalla formula classica di turismo. La gravel e il bikepacking permettono di recuperare dei ritmi che sono molto più contemplativi, di scoperta anche di se stesso. È la filosofia dello slow moving per respirare più profondamente.


Chiudiamo gli occhi, dunque, e lasciamoci condurre lungo gli sterrati dell’Isola di Pasqua. Oppure, se anche voi siete stati conquistati dalla bellezza di questo racconto, non resta che comprare un biglietto aereo e partire.

Percorso di Franco Dutto

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