Quando con Sergio Bruno ci eravamo salutati al termine della prima intervista, per raccontare da dove nasceva l’idea del suo viaggio da Verona a Lecce in gravel, ci eravamo dati appuntamento per la partenza. Venerdì 5 giugno, sulla carta una bella giornata di sole per condividere un pezzo di avventura. Per chi vi scrive, l’occasione di saggiare in prima persona le emozioni di chi si appresta a pedalare per quasi 2 settimane filate.
A Verona, il 5 giugno, al momento della partenza invece del sole c’era una fitta e fredda pioggia: «I 47 minuti di pioggia della partenza sono stati l’unica pioggia che abbiamo preso. Infatti all’inizio dicevo “Viaggio bagnato, viaggio fortunato”. È stato un viaggio benedetto. Non fortunato, benedetto!» ricorda Sergio.
In realtà V.E.R.S.O. Epic60 è stato più di un viaggio, fin dalla sua genesi. Sergio Bruno voleva mettere insieme, oltre alla sua grande passione per la bicicletta, il suo percorso lavorativo – di importatore e distributore di vini francesi – e solidarietà, avviando una raccolta fondi per Triacorda, Piccoli Grandi Cuori e il Giro d’Italia delle Cure Palliative Pediatriche di Fondazione Maruzza.
Il racconto di V.E.R.S.O. Epic60 è quindi un modo per scoprire il meglio della dorsale adriatica, tra incontri significativi e ricordi di un 60° compleanno indimenticabile per Sergio Bruno.
Le bellezze lungo il mare Adriatico
Il “viaggio benedetto”, come è stato ribattezzato, si è sviluppato in 12 tappe e ha attraversato 6 regioni. Se dovesse stilare un podio delle tappe più belle Sergio non ha dubbi: «In assoluto la tappa di Alberobello. Anche se è stata rognosa, è stata bella, con 50 km di strada di campagna. Prima di partire non credevo che avrei fatto così tanto fuori strada».
«Poi il Conero» aggiunge Sergio. «Subito dopo Ancona inizia questa ciclabile da Portonovo, mi pare. All’inizio molto bella e pedalabile, dopo qualche chilometro iniziano dei sentieri con pendenze piuttosto impegnative, ma è sempre bello perché sei in mezzo alla vegetazione». Chiude il podio dei paesaggi la costa dei Trabocchi, «soprattutto la parte finale fino a Punta Aderci», commenta Sergio.
Continuando nel suo racconto, tappa per tappa, Sergio Bruno spiega come in realtà tutto il viaggio, non essendoci stato l’assillo di un cronometro o di un checkpoint da raggiungere entro il tempo limite, gli ha permesso di (ri)scoprire una bellezza unica in ciascun luogo attraversato: «È stato bellissimo il fatto di avere visto un’Italia che altrimenti non avrei mai potuto vedere. Ad esempio Goro ha un fascino tutto suo particolare, con questo porticciolo e le barche. Un paesello sul mare».
Le uniche zone brutte non sono il frutto di una posizione o di una conformazione geografica sfortunata, ma dell’azione sciagurata dell’uomo: «Di ogni località che ho attraversato non posso dire che c’erano dei posti brutti. Oddio, ho visto delle cose terribili. Zone in mezzo alle campagne con dei cumuli di rifiuti che ti chiedi “Perché?”» racconta amareggiato.
La solidarietà al centro di V.E.R.S.O. Epic60
Per tornare a vedere il lato migliore dell’umanità bisogna rivivere le serate e gli incontri – 5 quelli organizzati – di degustazione, ma anche di beneficenza: «Sono state, non voglio sembrare esagerato, toccanti. Mi hanno riempito veramente di gioia e la relazione umana l’ho sentita estremamente piena» commenta Sergio.
«A Legnago è stata una cosa molto semplice e conviviale», continua «mentre nella seconda serata a Goro è venuta la sindaca, ci siamo messi a chiacchierare con gli altri amici che avevano partecipato. Da persone totalmente sconosciute si è creata quella situazione in cui ti saluti come se fossimo diventati grandi amici. A Marotta c’erano i ragazzi di un’associazione ciclistica. A Pescara il marito della titolare dove abbiamo fatto la serata, ex-ciclista professionista [Antonio Milito nda], quando gli ho raccontato bene del mio viaggio in un’ora e mezza, con messaggi agli amici della sua associazione ciclistica, ha tirato su una bella cifra da donare».
Alla fine anche la somma raccolta per le tre realtà che Sergio aveva deciso di sostenere è stata importante: «Con gli ultimi conteggi sulla raccolta fondi, siamo qualcosina sopra gli ottomila euro, che per una situazione partita da zero è comunque una bella soddisfazione».
L’emozione dell’arrivo
I problemi col tracciato sperimentati in particolar modo nel finale di avventura, una volta entrato in Puglia («Spesso e volentieri la traccia si perdeva» racconta Sergio), sono stati gli unici veri intoppi in un percorso che non ha presentato problemi meccanici o fisici: «Appena sono arrivato per scherzo dicevo “Domani mattina ripartirei”, perché è stata una cosa che è andata talmente bene che non ho avuto nessun tipo di problema» ricorda Sergio.
L’ingresso trionfale a Lecce è stato comunque preceduto da un’altra variazione sulla traccia: «Ero sulla pista ciclabile a 3 km da Lecce. Vedevo la superstrada Brindisi-Lecce, ma non c’era il sentiero. C’era invece del terreno completamente dissodato. Ho visto che c’era un muretto a secco più avanti, l’ho scavallato, ho fatto 300 metri nella terra e sono arrivato che avevo le gambe tutte sporche [ride]».
Dopo quest’ultimo imprevisto, è arrivato infine l’abbraccio con amici e familiari, in un luogo scelto apposta, spiega Sergio, per richiamare all’arrivo delle gare ciclistiche: «Oltre a moglie e parenti, c’erano le mie sorelle, i miei cognati, degli amici che hanno sottratto tempo al loro lavoro e mi ha fatto un sacco piacere averli visti. Avevo scelto di arrivare a Porta Napoli. È quella che più delle altre mi dà il senso dell’arco, l’idea di un traguardo».
Ma il viaggio di Sergio non è finito a Lecce. «Ritornare alla vita normale non è una cosa facile. Anche da un punto di vista chimico probabilmente l’abbassamento di tanti valori ti porta a quella sorta di nostalgia» analizza Sergio, «c’è una questione chimica che coinvolge tutto l’organismo, perché dopo aver fatto una cosa così per tanti giorni, con una routine che ti mette in circolo adrenalina e fatica, pensa cosa succede quando smetti di punto in bianco. Pensa a tutto l’impegno che c’è stato prima e che si è sviluppato con la pedalata. Una volta che finisce dici “E mo?”».
Il suo racconto di V.E.R.S.O. Epic60 non si sofferma sulla fatica («È stato l’ultimo dei miei pensieri»), quanto sull’impatto che un’avventura simile ha sulla nostra mente. Riprendere i giusti ritmi della vita quotidiana diventa un’appendice del viaggio, dove bisogna ribilanciare adrenalina, endorfine ed emozioni.
L’attenzione alla nutrizione e i sapori del viaggio
Così come “smaltire” il viaggio non è stato immediato, anche prepararlo ha richiesto diverse settimane. Tra gli aspetti più interessanti Sergio parla dell’alimentazione, studiata dopo diverse prove sul campo in altri eventi come il Tuscany Trail. «Le difficoltà più grosse sono la mattina a colazione, perché non sempre trovi quello che ti serve, e poi durante» esordisce Sergio.
«Avevo già sperimentato al Tuscany Trail e in questa occasione ho cercato di non fare l’errore, di alternare le barrette con qualcosa dal gusto quotidiano. Alla terza barretta nello stesso giorno diventa complicato. Una giornata magari riesci a farla, il giorno dopo inizi già ad avere difficoltà e pensare di fare dieci giorni così… Per cui le alternavo mettendoci in mezzo sempre un panino o qualcosa di salato» ricorda.
Sergio ci tiene a sottolineare l’aspetto legato all’integrazione dei sali: «Per un viaggio così, soprattutto con il caldo, la parte idrosalina diventa fondamentale. La carenza di sali man mano che vai avanti, ti fa perdere il senso di sete. Arrivi a bere dell’acqua e il tuo fisico la rifiuta perché ha bisogno di integrare sali. Mi sono attrezzato, facendo una mezza spedizione di integratori a Pescara. Come minimo avevo un litro e mezzo o due di sali al giorno e mi sono trovato molto bene».
E proprio perché per noi gravellisti e cicloturisti in generale è importante dare soddisfazione al palato almeno nelle soste serali, decido di indagare su quali siano stati i piatti migliori mangiati lungo il viaggio. Sergio è indeciso: «Direi gli arrosticini a Pescara o la zuppa di pesce a Termoli. E ho mangiato molto bene anche a Cesenatico».
Un nuovo capitolo?
Ora che la polvere della strada si è adagiata sul telaio della sua Cervelo Aspero e che l’adrenalina del viaggio è scesa, Sergio può già iniziare a pensare ad una nuova avventura: «Sicuramente mi piacerebbe replicare un evento come questo, ma con qualcosa di diverso per renderlo anche più stimolante per me. Vorrei legarlo ad altre circostanze, ad esempio il decennale della distribuzione. Ma la cosa su cui devo ragionare bene è canalizzare in qualche maniera questa esperienza e indirizzarla in un format».
Tra le nuvole di pensieri ed idee, una certezza c’è: «La solidarietà diventa imprescindibile. L’impresa oggi deve essere fatta con un’impostazione di sostenibilità e contributo sociale. Nel primo video che ho fatto spiegavo perché facevo tutto questo: va restituito qualcosa da parte di chi è più fortunato. Io, grazie a Dio, sono stato non fortunato, di più. Ho avuto veramente tutto e tanto. Ancora la testa mi funziona, il fisico ancora meglio. Perché non mettersi a fare qualcosa che possa avere un ritorno per gli altri?».
L’idea di un viaggio che serva non solo a sé stessi, per regalarsi delle emozioni, dei nuovi paesaggi o dei sapori inediti, ma che possa fare del bene anche ad altre persone è in rapida diffusione e ascoltare le storie di persone come Sergio, che mettono questa dimensione al centro, è a sua volta fonte di emozione.
«L’evoluzione di V.E.R.S.O. per me significa l’evoluzione di tante cose. Mi ha portato a fare riflessioni nel modo in cui volevo mi aiutasse a ragionare. È un’esperienza che mi sono regalato con grande soddisfazione» conclude Sergio. Sul calendario del 2027 inizia a disegnarsi un cerchio rosso intorno a diverse date, ancora da scoprire, così come le nuove rotte che Sergio Bruno vorrà tracciare, unendo ancora una volta ciclismo, enologia e solidarietà.