17 Giugno 2026

Alessandro Pradella e il coraggio di partire

Da un incontro casuale ad un evento gravel vi portiamo a scoprire la storia di un ragazzo la cui voce merita di essere sentita.

Ci sono persone che viaggiano per collezionare chilometri. E poi ci sono persone che partono perché non riescono più a stare ferme. Quando incontro Alessandro Pradella anni fa a un evento gravel in Lessinia, la prima cosa che colpisce non è la bici, né l’attrezzatura. È il modo in cui parla dei viaggi: senza eroismo, senza performance, senza quella patina da ultra-cycling che oggi sembra obbligatoria.

Alessandro viaggia come se stesse ancora improvvisando il primo giro della sua vita. E forse è proprio questo il punto. A 43 anni ha attraversato le Americhe in bici, dormito tra deserti andini e campeggi sulle Lofoten, pedalato il Tour Divide e affrontando la Ruta de los Seismiles in Argentina. Ma quando gli chiedi come è iniziato tutto, lui parte da molto più lontano.

La bici come libertà, non come gara

«La bici per me è sempre stata allegria e – racconta Alessandro – mai agonismo». Da bambino niente calcio, ma un piccolo corso di mountain bike con un ex rider downhill che portava i ragazzini nei campi, nei boschi, dentro avventure improvvisate. Nessuna tabella, nessuna gara. Solo il gusto di stare fuori.

Poi arrivano le moto, i rally, il mondo delle competizioni. Ma anche lì Alessandro si accorge presto di qualcosa: la performance costa. «Un giorno di gara ti costa come un anno di viaggio».

La svolta arriva nel 2015. In pochi mesi perde il lavoro, chiudendo l’attività e termina una relazione durata quattordici anni. Aveva sempre sognato Capo Nord in moto. Ma improvvisamente si ritrova senza più scuse.
«Allora ho detto: vado in bici». Il dettaglio incredibile è che all’epoca praticamente non pedalava. Due ore a settimana, forse. Compra una vecchia mountain bike anni ’90 da un amico a Monaco per cento euro, monta gomme da turismo, portapacchi e due borse enormi. Mai campeggiato prima. Mai dormito in tenda. Mai fatto un viaggio da solo. Parte così. Senza GPS. Senza tracce. Senza esperienza. «Guardavo la cartina la mattina e sceglievo un campeggio. Più o meno funzionava così».

Eppure arriva davvero fino a Capo Nord.

Il viaggio come antidoto

Dieci anni dopo, quell’esperienza diventa qualcosa di più grande: un viaggio attraverso le Americhe, dal Canada fino all’Argentina. Non nasce da un desiderio sportivo. Nasce da una domanda molto più radicale.
«Volevo fare qualcosa che, sul punto di morte, mi facesse dire: cazzo, che figata».

Alessandro parla spesso del lavoro. Del tempo sacrificato. Della sensazione che molte persone passino la vita a sognare viaggi senza mai partire davvero. C’è un episodio che gli rimane addosso più di tutti. Un collega che, dopo una vita di sacrifici e doppi turni, si ammala gravemente appena arrivato alla pensione. «Lì ho pensato: vaffanculo tutto».

Così compra un biglietto per il Canada e si iscrive al Tour Divide, la più celebre ultra-distanza fuoristrada del mondo: oltre 4.300 chilometri lungo le Montagne Rocciose, dal Canada ad Antelope Wells sul confine U.S.A. Messico. Ma anche qui il suo approccio resta distante anni luce dall’ultracycling patinato dei social. «Nessuna preparazione vera. Nessuna pianificazione. Io odio stare ore al computer a fare tracce».

Ride mentre racconta di essere partito praticamente senza sapere davvero cosa avrebbe trovato. Non aveva pianificato nulla, né i punti di rifornimento né aveva un’idea di dove accamparsi. Aveva solo guardato i chilometri e dislivello che avrebbe dovuto percorrere. Ed è proprio questo che emerge continuamente nelle sue parole: l’imprevisto come parte fondamentale del viaggio. «Dopo dieci anni ti ricordi le rogne, non le cose perfette».

Le Lofoten, il deserto e la gente

Quando gli chiedo quale sia stato il luogo più bello visto in bici, Alessandro fa fatica a rispondere. Non perché non ne abbia uno, ma perché ogni viaggio sembra avergli lasciato addosso qualcosa di diverso. Parla delle Isole Lofoten quasi sottovoce. Un campeggio trovato per caso dopo una foratura: una spiaggia bianca, il mare, una scogliera e il silenzio assoluto. «Pensavo: se devo morire, voglio morire qua».

Poi però cambia tono e arriva al Sud America. Alla Ruta de los Seismiles, nel nord dell’Argentina: deserti d’alta quota, vulcani da seimila metri, saline immense e venti giorni senza rifornimenti. «Lì la bici pesava sessanta chili». Racconta di lagune azzurre a cinquemila metri, fenicotteri, acqua termale in mezzo al nulla e notti passate sopra i 4.000 metri. Dice che quel viaggio gli ha completamente cambiato la percezione dell’avventura.

Dopo mesi in Sud America, anche il concetto di “avventura” cambia prospettiva. Alessandro non critica gli eventi gravel — anzi, li considera spesso bellissime esperienze — ma distingue tra viaggio organizzato e avventura. «Un Tuscany Trail può essere stupendo. Però per me l’avventura è un’altra cosa: è quando non sai davvero cosa troverai, quando sei fuori dalla tua comfort zone e magari in posti dove passano in pochi».
E’ una questione di significati.

«La gente ha ancora voglia di aiutarti»

La parte più bella del racconto, però, non riguarda i paesaggi. Riguarda le persone. Durante il Tour Divide lui e una ragazza svizzera conosciuta alla partenza finisce l’acqua e il cibo in una zona isolata. Arrivano distrutti in un campeggio da picnic pieno di famiglie. Un uomo offre loro frutta e acqua. Più tardi, una donna li rincorre in macchina per chilometri su una forestale sterrata per portargli sandwich, barrette fatte in casa e altra acqua. Quella stessa donna era stata chiamata dallo stesso marito per accorrere i passanti e portare loro rifornimenti.

«Quando ci ripenso mi viene quasi da piangere». Secondo Alessandro, in Europa questo spirito si sta perdendo. «Lì la gente vedeva il viaggio e voleva aiutarti. Senza chiedere niente». Ed è forse questo il motivo per cui continua a partire. Non per dimostrare qualcosa. Non per diventare un personaggio. Non per guadagnare attraverso i contenuti creati. Ma per sentirsi ancora dentro il mondo.

Contro il mito della bici perfetta

C’è un punto su cui Alessandro torna continuamente: l’idea che serva l’attrezzatura perfetta per partire. «Ho incontrato gente che attraversava il Sud America con la bici da supermercato». Racconta di un ciclista cileno arrivato quasi a Ushuaia con borse costruite usando sacchi tipo IKEA. Di viaggiatori partiti senza esperienza. Di persone senza sponsor né social.

«Qua invece sembriamo convinti che senza la bici da diecimila euro non si possa fare niente».
Non significa improvvisare senza criterio. Ale parla spesso di affidabilità, robustezza e semplicità meccanica. Nei viaggi lunghi, spiega, la cosa importante non è avere il componente più leggero ma quello che puoi sistemare ovunque. Ma soprattutto insiste su altro: smettere di aspettare il momento perfetto.

«Quello che vorrei trasmettere è semplice: partire si può. Anche senza essere supereroi». E mentre lo ascolto parlare, mi torna in mente la prima volta che l’ho incontrato a quell’evento gravel in Lessinia. In mezzo a biciclette perfette, setup minimalisti e bike check infiniti, lui sembrava già altrove. Forse perché aveva già capito una cosa fondamentale: la vera avventura non è sembrare pronti.

È partire lo stesso. E Alessandro ci dice che ciascuno di noi può farlo, deve solo partire.

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