Due chiacchiere con un Pezzo di storia

Intervista a Paola Pezzo, colei che è riuscita a rivoluzionare il mondo del ciclismo femminile grazie ai suoi successi.

Nome: Paola. Cognome: Pezzo. Segni particolari: Leggenda.

È stata la prima campionessa olimpica della storia nel Cross country, oro ad Atlanta nel 1996 e l’ha ripetuto quattro anni dopo ai Giochi di Sydney. Eppure sulla bici è finita un po’ per caso, considerando che sui monti Lessini della sua Bosco Chiesanuova, in provincia di Verona, ha iniziato con lo sci di fondo. Uno sport al quale è stata “strappata”, visto che davanti le si stava aprendo una carriera interessante era arrivata, infatti, a indossare la maglia azzurra della Nazionale giovanile. “Un giorno, un dentista del mio paese mi regalò una rampichino – racconta –: a quei tempi in Italia la usavano i ragazzini, ma lui mi disse che negli Stati Uniti andavano per la maggiore e che avevano un futuro. Era una bici con il manubrio dritto e tre moltipliche: con lei iniziai questo nuovo sport dei boschi, nello stesso paesaggio delle gare di fondo. Pian piano diventai brava, soprattutto grazie a una grande tenacia”.

Passione condivisa

Oggi, Paola gestisce una scuola di mountain bike a Valeggio sul Mincio, nel Veronese, e collabora con il liceo scientifico di Brenzone sul Garda, dove il ciclismo è materia di studio per tutti e cinque gli anni di corso. È sposata con l’ex professionista Paolo Rosola e segue i suoi figli, Kevin e Patrick, entrambi atleti e appassionati di ciclismo.

La bicicletta è quindi rimasta nella sua vita, grazie al marito, ai figli, ma soprattutto in virtù di un grande amore. “La bici è avventura, è natura, è una grande passione”, ci ha detto ai margini dell’inaugurazione di un Trek Store, marchio al quale è legata. Dalla mountain bike alla strada, fino alla Gravel. Infatti, negli ultimi anni la Pezzo si è avvicinata al mondo Gravel, affiancandolo alle sue altre passioni: “La Gravel è una bella via di mezzo tra le varie tipologie di ciclismo, perché consente di assaporare sensazioni diverse. Grazie al fatto che ci si può avventurare su strade sterrate, lungo gli argini dei fiumi, trasmette proprio una grande sensazione di libertà”.

Sempre in sella

“Da quando ho smesso con l’attività agonistica, sono comunque rimasta nell’ambiente, soprattutto con i figli che praticano ciclismo – racconta -. Poi collaboro da anni con Trek e grazie a questo vengo spesso coinvolta e invitata in varie manifestazioni o progetti e questo mi fa sempre piacere. La mia passione per le due ruote non è mai svanita, quindi spesso pedalo in sella a una delle mie bici, soprattutto fuoristrada”.

Il garage di Paola è ditutto rispetto: bici da corsa, mountain bike tradizionale, MTB elettrica e, ovviamente, Gravel. Biciclette diverse per attività molto differenti tra loro: “Per le uscite più tecniche preferisco la mountain bike tradizionale. Mi diverto a disegnare le traiettorie e una bici più leggera ma resistente è l’ideale. Per le escursioni più lunghe, che presentano qualche salita, utilizzo la e-Bike. Quando voglio godermi il viaggio, invece, la Gravel è la soluzione ideale. Qualunque sia la tipologia di bicicletta mi diverto sempre tantissimo”.

Evoluzione globale

Pezzo racconta che, dalle prime pedalate, ormai più di 30 anni fa, a oggi le bici sono cambiate molto: dai materiali utilizzati per costruire i telai ai pesi dei vari prodotti, dalle sospensioni alla componentistica, senza dimenticare la variazione della dimensione delle ruote. “Correvo allora per Gary Fisher, uno dei pionieri della mountain bike, e ad Atlanta avevo già un telaio in carbonio. Certo, se penso alle bici che ci sono adesso… allora le ruote erano da 26 pollici, non c’erano i freni a disco ma i cantilever, i manubri erano cortissimi e le forcelle non avevano le escursioni che ci sono oggi”.

Anche l’abbigliamento era differente e, ai Giochi del 1996, Pezzo indossava un completo da uomo. Grazie alla notorietà raggiunta con la medaglia d’oro e alla fama arrivata dall’ormai iconico arrivo con la zip abbassata, che faceva intravedere il suo décolleté, dopo le Olimpiadi convinse Castelli a realizzare una collezione dedicata alle donne. La prima al mondo. “Quando ho iniziato, le donne cicliste erano vestite come “maschiacci”: non esistevano capi pensati per la nostra fisicità. Questa è una delle ragioni per la quale ad Atlanta abbassai la zip della maglietta: faceva caldo e l’abbigliamento non consentiva un comfort ottimale. Il clamore creato mi diede fastidio: si parlava più di quello che della mia impresa e della fatica fatta per conquistarla, ma con il senno di poi fu importante per spostare i riflettori su questo tema. Da allora tutto è cambiato e le donne del mondo del ciclismo sono ben viste, sia dal punto di vista tecnico che estetico”.

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