Biciclette da viaggio, borse da bikepacking, luci per pedalare di notte. La bicicletta, in particolare la gravel, è ormai stata sdoganata come mezzo per lunghe distanze e negli anni sono cresciuti gli eventi che avvicinano a questo mondo sempre più persone. Tutto questo è diventato realtà grazie a quei ciclisti che tra gli anni Novanta e Duemila hanno macinato km su km per il mondo. Uno di loro è il veronese Giorgio Murari.
Classe 1961, Murari ha corso – e vinto – le principali gare estreme come la Trans Am Bike Race negli Stati Uniti e la Race Across Italy. Nel suo curriculum ci sono anche vere e proprie imprese su pedali, spesso abbinate a finalità solidali, come il Giro della Madonna o il raid Abbracciamo l’Europa. Avventure che gli sono valse il premio “Cuore sportivo”, consegnato in occasione dell’evento “CONI Verona in festa”.
Randonnée – pedalate e organizzate – ma anche viaggi in bicicletta con la compagna Stefania, che con Giorgio condivide la passione per la bicicletta e dice «La cosa bella del pedalare è vedere posti nuovi, conoscere gente nuova e la cultura dei paesi».
Incontrare Giorgio Murari è l’occasione per scoprire com’è nato il movimento dell’ultracycling in Italia e farsi contagiare dal suo entusiasmo e la sua voglia di scoprire il mondo in bicicletta. Stefania infatti conferma che ci sono già tanti punti segnati sulla mappa: «Ad agosto faremo il Canal du Midi. Poi c’è il Portogallo, in Algarve, a fine anno». Per il 2027 poi non mancano le idee ma come dicono Stefania e Giorgio, citando il detto veronese, «No se sa che scarpe che se usa». Forse non si sa con quali scarpe, ma sicuramente in sella al “caval de fero”.
Ciclista, ultracyclist, granfondista. Giorgio Murari come si definirebbe oggi?
Amante del cavallo di ferro, come lo chiamo da quando ho iniziato, a 360 gradi.
Sei conosciuto come “Musseu”. Da dove arriva questo soprannome?
Ero un fan di Museeuw. Con il mio primo gruppo avevamo fatto le magliette e bisognava mettere un soprannome. Mi dicevano che ero un “musso” perché non mi stancavo, non mi fermavo mai… Mettevo un po’ in crisi tutto il gruppo. Musso, Museeuw, è nato “Musseu”, una via di mezzo, e da lì me lo sono sempre tenuto.
Sei un pioniere del ciclismo sulle lunghe distanze, ma si parte sempre dal primo chilometro. Come hai iniziato ad andare in bicicletta?
Venivo dal calcio e mi sono rotto la caviglia. Ho dovuto fare un po’ di bici prima di riprendere ed è stato amore a prima vista. La bici è quel movimento giusto per assaporare madre natura. Poi pian piano, per mia indole, cercavo di arrivare al limite. In Francia era partito il movimento delle randonnée e in America quello dell’ultracycling con la famosa RAAM. In Italia non c’era ancora nulla perché erano appena cominciate le granfondo. Così da solo, sono partito dalla Francia con la mitica Parigi-Brest-Parigi, e dopo ho fatto più volte tutte le Classiche del Nord: Parigi-Roubaix, Fiandre e Liegi-Bastogne-Liegi.
Agli inizi com’era la comunità italiana di ultracycling?
All’inizio invece di apprezzare o essere curiosi, si diceva che questo non era il ciclismo, che esisteva solo il ciclismo professionistico. Anche per reperire le borse dovevi andare in America, perché qua non c’era niente. Dovevi andare a cercare su internet, ti facevi arrivare i componenti e trasformavi la bici. Prendevi i rapporti da MTB e li mischiavi con quelli da bici da corsa… Prima che uscisse la doppia ho fatto due o tre anni con la tripla e quando mi vedevano in giro mi ridevano dietro.
Prendevi e modificavi una bici a seconda delle gare o anche solo per sperimentare?
Uno e l’altro. A me piace provare e curare i particolari. Mi preparo sempre il doppio del necessario. Dopo sul campo fai tanta esperienza e quindi meno sbagli. Nessuno nasce imparato, non ci sono regole o accelerare i tempi non si può.
Qual è stata la novità tecnica che ha fatto fare un balzo in avanti al mondo dell’ultracycling?
Il problema che avevamo all’inizio, nei primi anni ‘90, essendo stati pionieri del movimento, era il GPS, perché aveva una durata limitata da batteria. Alla prima 1001 Miglia che ho fatto eravamo in due ad avere il GPS, io e un austriaco mi ricordo. La gente aveva un roadbook, tipo rally, che giravi e guardavi però eri molto lento e sbagliavi un casino. Io essendo molto tecnologico fin da giovane, avevo elaborato su uno dei primi GPS la traccia di massima con i pochi programmi che c’erano. L’avevo strutturata bene tanto che a fine 1001 Miglia avevo 100 persone dietro che mi seguivano. Il primo Edge 705 aveva una batteria che durava 6-7 ore, dopo restavi a piedi. Mi ricordo benissimo che telefonai a Garmin e posi il problema e loro mi risposero che non avevano quell’esigenza perché non era previsto di usare così tanto, come me, il GPS. Allora cos’ho fatto? In Internet ho trovato un kit per le macchinine telecomandate e ci ho costruito un sistema che si collegava al Garmin e dovevi solo cambiare le pile stilo, continuando ad usare l’Edge con la batteria integrata dentro. Mi telefonavano da tutte le parti per averlo, avevo messo su quasi bottega perché praticamente lo facevi per uno, lo facevi l’altro, lo portavo agli eventi… Dopo pian piano le cose si evolvono e i costi si abbassano.
Anche le bici si sono evolute. Tu con quale materiale ti trovi meglio?
Ho nove biciclette. Due sono attaccate via, con cui ho corso in America e Austria, regalate da artigiani che fanno le bici in titanio. Uno di loro era un amatore sfegatato che faceva tubazioni in titanio per il nucleare, pensa te. Quando ha visto che andavo in America mi ha telefonato e mi ha detto che mi avrebbe fatto il telaio. L’abbiamo costruito insieme ed è spettacolare, unico. Dopo ho sempre avuto degli sponsor che mi danno le bici e allora le mie le tengo là.
Per prepararti a queste avventure che percorsi o allenamenti facevi?
Dal 2010, ma anche prima, organizzo eventi e, ad esempio, il percorso della Verona-Resia-Verona è stato il mio campo di battaglia. Quella ciclabile l’ho vista nascere. Non c’era il problema del traffico di notte, perché negli anni ‘90, di notte, le macchine si fermavano, tiravano giù il finestrino e ti chiedevano se avessi un problema.
La Verona-Resia-Verona quindi nasceva come un tuo allenamento?
Sì è venuta spontanea. Poi, in quegli anni, le ciclabili non erano ben viste dai ciclisti. Ma una ciclabile molto bella, con una struttura abbastanza scorrevole, è proprio la Claudia Augusta. Ti allena tanto con i suoi continui destra e sinistra. Uno che non è abituato soffre. Adesso, con il mondo gravel, non esiste di andare in mezzo alle macchine, ma allora, tutti erano legati alla velocità media.
Qual è l’insegnamento principale che ti hanno lasciato tutti questi anni in sella?
Prima di tutto deve essere una cosa che fai per te stesso. Dopo io c’ho quella forma di masochismo per cui mi piace spingere il fisico oltre il limite. Sono delle sensazioni inspiegabili, bisogna passarci e crescere dentro. Quando mi preparavo per fare la prima edizione della Trans Am Bike Race, nel 2014, andavo a fare Punta Veleno con le borse, 20 kg di bici, e continuavo su e giù. Dopo, se il tuo fisico è abituato, anche per la mente diventa tutto relativo, perché acquisisci quello sforzo lì. In un viaggio o una ultra, hai delle difficoltà notevoli e se non sei abituato le soffri.
Quale tra le gare a cui hai partecipato ti è rimasta di più nel cuore?
Tutte hanno un qualcosa di particolare. La più estrema assolutamente è la Trans Am Bike Race, perché era qualcosa, anche per me che da più di 20 anni facevo estremo, di impensabile. C’era già la RAAM, ma con supporto medico e staff difficilmente vai in crisi. Invece lì in autonomia totale devi organizzarti bene. Ci sono sbalzi termici incredibili, c’è da trovare il cibo e alimentarsi bene, perché per fare 7.000 km non è che mangi quello che capita e tieni botta. Dopo anche la Morocco Extreme, perché mi piacciono le cose abbastanza fai da te. Ricordo la Londra-Edimburgo-Londra perché sono state 80 ore di acqua.
Tu hai partecipato alla prima Eroica. Cos’era all’epoca, se confrontata con l’evento di oggi?
La prima Eroica è stata l’unica in modalità granfondo. Era proprio competitiva. Eravamo quattro gatti, si chiedevano come facevamo a fare quelle strade lì con la bici da corsa, roba da pazzi scatenati. Ho fatto le prime 10 edizioni e partivo da Verona. Andavo giù in bici, 400 km, facevo il lungo da 200 km e tornavo a casa in bicicletta. I primi anni di ultracycling, in cui facevo ancora granfondo, andavo e tornavo dall’evento in bicicletta. Dappertutto: Bergamo, Milano. Bologna…
Tra gli eventi che hai organizzato quale ti ha dato più soddisfazione?
Ovviamente la Verona-Resia-Verona perché è stata la prima e ha sempre avuto un grande successo, con un bellissimo percorso e organizzata con il compianto Dario Bergamini, grande amico che mi ha preso sotto la sua ala e mi ha insegnato tutto. Bene o male i progetti che avevo in mente sono riuscito a realizzarli. Volevo organizzare un 1.200 km come la Parigi-Brest-Parigi e sono riuscito a fare la Transalp Rando. L’abbiamo fatta per due anni di fila ed è stata un grande successo. Mi manca una extreme in gravel o mtb tipo il Tour Divide. Sarebbe un bel sogno. Con la Verona Garda Gravel siamo arrivati a 1.000 km. Ci sarebbe da allungare il percorso. Le idee ci sono, vediamo perché voglio organizzare un evento abbastanza spartano.
Come si traccia un percorso?
Ognuno ha il suo stile. Io non lascio mai niente al caso, quello che organizzo devo riuscire a pedalarlo. Non è così scontato, ci vuole una marea di tempo però mi piace pedalare. Poi bisogna anche provare in varie situazioni. Tanti tracciano online o vanno a provare di giorno e col bel tempo, ma di notte o col brutto tempo può cambiare completamente il percorso. Ricordo che quando ho fatto un’extreme da Santa Maria di Leuca alla Valle d’Aosta e di notte mi sono trovato tra Abruzzo e Lazio in posti in cui c’erano i raduni dei cani. È stato veramente molto pericoloso e quando ho chiesto spiegazioni mi han detto che bisognava pedalare di giorno e dormire di notte, ma se organizzi qualcosa non stop devi vedere anche i particolari.
Oggi pedali più su asfalto o sterrato?
La bici da corsa non esiste più praticamente. Anche se devo fare qualche pezzo di asfalto, lo faccio con la gravel perché magari mi stanco o c’è troppo traffico… Salto sullo sterrato. Avrei tre bici da corsa a casa, però viaggio quasi sempre in gravel.
Qual è stata la tua ultima avventura?
Da 4 anni viaggio con la mia compagna Stefania. Un viaggio non è estremo però per l’ultimo che abbiamo fatto siamo partiti da Tolosa e abbiamo fatto tutto il cammino di Santiago fino a Finisterre, poi siamo andati a Madrid. Bello intenso, alla sera si dormiva in albergo e il tutto è stato reso più interessante dal fatto che su 26 giorni c’è sempre stato brutto tempo e freddo.
Qual è il vero premio per un ultracyclist?
Questo mondo qua, come tutte le difficoltà nella vita, ti fa crescere e capisci che è importante vivere. Quella è la gratificazione. Io bene o male nella vita sono stato fortunato, non ho mai avuto problemi fisici, in famiglia o grossi traumi, eventi che nel complesso ti fanno crescere. Questa mia ricerca è anche un’esigenza che avevo.