Ci sono persone che costruiscono opere d’arte. E poi ci sono persone che costruiscono un modo diverso di guardare il mondo.
Quando ho intervistato Marco Martalar pensavo di parlare delle sue sculture. Del Drago di Vaia, dell’Aquila di Marcesina, del Cervo, della Lupa, del Leone Alato. Pensavo di raccogliere qualche curiosità tecnica, qualche aneddoto sul legno recuperato dopo la tempesta Vaia e di raccontare ai lettori di Gravel Magazine un itinerario tra alcune delle opere più spettacolari delle Alpi. Dopo pochi minuti ho capito che stavo facendo la domanda sbagliata.
Perché per Martalar il Drago non è il punto di arrivo. È soltanto una scusa. «L’opera è quasi una scusa per visitare i luoghi. Il percorso tra una scultura e l’altra diventa un’esperienza che va ben oltre il Drago o l’Aquila». È probabilmente questa la frase che racconta meglio il suo lavoro.
Da gravel rider mi sono ritrovata immediatamente nelle sue parole. Anche noi scegliamo spesso la strada più lunga, quella sterrata, quella che richiede più tempo. Non per arrivare prima, ma per arrivare meglio. Le opere di Marco Martalar non chiedono di essere fotografate in fretta. Chiedono di essere raggiunte lentamente.
E forse è proprio questa la loro più grande forza.
L’artista che ascolta il bosco
Marco Martalar è nato e vive a Mezzaselva di Roana, sull’Altopiano di Asiago. Negli ultimi anni è diventato uno degli artisti italiani più conosciuti grazie alle sue monumentali sculture in legno, nate dai tronchi abbattuti dalla tempesta Vaia. Ma definirlo semplicemente uno scultore sarebbe riduttivo.
Parlandoci si scopre una persona che prima ancora di scolpire osserva. Cammina. Aspetta. Ascolta. Il legno, racconta, non è mai un materiale da dominare. È un materiale da comprendere.
Ogni tronco conserva una propria storia, ogni radice suggerisce una forma, ogni ramo porta con sé una tensione naturale che lui cerca di rispettare invece che cancellare. Le sue opere non nascono da un progetto rigido, ma da un dialogo continuo con ciò che il bosco gli mette davanti. Ed è forse per questo che sembrano appartenere ai luoghi in cui sorgono.
Non sono oggetti appoggiati nella natura. Sembrano essere sempre stati lì.
Vaia: quando una ferita diventa materia viva
Tra il 26 e il 30 ottobre 2018 la tempesta Vaia cambiò il volto delle Alpi orientali. Raffiche di vento superiori ai 200 chilometri orari abbatterono milioni di alberi in Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia. Interi versanti vennero spazzati via in poche ore. Per molti quei boschi erano ormai soltanto un’immensa distesa di tronchi spezzati.
Per Martalar erano ancora vivi. Non perché ignorasse la distruzione, ma perché vedeva in quei legni qualcosa che non aveva ancora finito di raccontare. Da allora le sue opere sono diventate simboli di rinascita. Non cercano di cancellare la tragedia. La ricordano.
Ogni ramo contorto, ogni frattura, ogni pezzo di corteccia racconta ancora il passaggio del vento. Le cicatrici non vengono nascoste, diventano parte dell’opera. Ed è forse questo il messaggio più potente. La rinascita non consiste nel dimenticare una ferita. Consiste nel darle un significato nuovo.
La fatica che nessuno vede
Visitando il Drago di Vaia è facile rimanere colpiti dalle dimensioni. Quello che non si vede è tutto ciò che è successo prima. Durante la nostra chiacchierata Marco mi racconta un aspetto del suo lavoro di cui si parla pochissimo. Ogni singolo pezzo di legno viene recuperato, trascinato, spostato, selezionato.
Non ci sono scorciatoie. Ci sono giornate passate nel bosco sotto la pioggia. Ci sono impalcature. Ci sono scale. Ci sono mani ferite. Ci sono temporali. Ci sono giornate di neve. E soprattutto c’è una quantità enorme di lavoro fisico.
«Ogni pezzo che vedi attaccato è un pezzo che ho portato io dal bosco. Ogni ramo è passato dalle mie mani».
È una frase che cambia completamente il modo di osservare le sue opere.
Non sono semplicemente grandi. Sono pesanti. Pesanti di tempo. Di fatica. Di pazienza.
Il problema non sono i selfie
Gli racconto di una mia esperienza. Qualche settimana fa sono partita da Vicenza con la mia gravel. Centosettanta chilometri. Duemila metri di dislivello. Solo per raggiungere l’Aquila di Marcesina. Quando sono arrivata ho visto decine di persone parcheggiare l’auto a pochi metri dall’opera, scendere, fare una fotografia e ripartire. Non avevano nemmeno guardato davvero l’Aquila.
Marco sorride. È una scena che conosce bene. «Io non andrei mai a vedere una mia opera aspettando di spostare la gente tra un selfie e l’altro». Non c’è rabbia nelle sue parole. C’è piuttosto la consapevolezza che oggi rischiamo di consumare i luoghi invece di viverli. Ed è proprio da questa riflessione che nasce uno dei progetti a cui tiene di più. Non una nuova scultura.
Un cammino, un percorso che colleghi le sue opere. Un itinerario che obblighi le persone a rallentare. A percorrere i boschi. A vedere ciò che c’è tra una scultura e l’altra. Perché, come mi ripete più volte, è proprio lì che si trova il vero significato del suo lavoro.
Le opere sono solo tappe
Il Drago di Lavarone è probabilmente la sua creazione più famosa, distrutto da un incendio e ricostruito, è diventato esso stesso simbolo di resilienza. Poi c’è l’Aquila di Marcesina, che domina la piana come una sentinella silenziosa. Il Cervo di Millegrobbe sembra emergere naturalmente dal pascolo. La Lupa del Lagorai osserva dall’alto la Valsugana. Il Leone Alato unisce identità veneta e rinascita del bosco. E poi ancora il Grifone, il Gallo, l’Ape e tante altre creature disseminate tra Veneto, Trentino e Lombardia.
Ma mentre ne parliamo capisco una cosa. Per Marco nessuna di queste è davvero la protagonista. La protagonista è la montagna. Le opere servono soltanto ad attirare lo sguardo. Una volta arrivati, però, è il paesaggio che deve parlare.
La felicità
Prima di salutarci gli faccio una domanda completamente diversa. «Che cosa ti rende felice?». Ci pensa qualche secondo. Poi risponde. «Quando mi accorgo che mi sto annoiando significa che è arrivato il momento di fare qualcosa di nuovo».
È una risposta che inizialmente spiazza. Poi continua. «Il lavoro dovrebbe essere una cosa che ti dà da vivere, ma soprattutto una cosa che ti dà soddisfazione. Se al mattino ti alzi pensando “oggi devo andare a lavorare”, forse c’è qualcosa da cambiare».
Sono parole semplici. Ma dette da chi ha lasciato una strada più sicura per costruire un’esistenza fatta di arte, boschi e libertà acquistano un peso diverso. Forse la felicità, per lui, non è un punto d’arrivo. È continuare a cercare. Continuare a imparare. Continuare a mettersi in gioco.
Un progetto che nasce pedalando
Terminando l’intervista, nasce quasi spontaneamente un’idea. Marco da anni sogna un cammino che unisca le sue opere. Un percorso con un piccolo passaporto da timbrare tappa dopo tappa, capace di invitare le persone a scoprire lentamente questi territori. Io gli propongo una variante. Perché non trasformarlo anche in un itinerario gravel? Non un evento. Non una gara. Ma un viaggio.
Tre o quattro giorni tra Altopiano di Asiago, Marcesina, Alpe Cimbra, Valsugana e Lagorai, collegando le sue creature di legno attraverso strade bianche, boschi, malghe e silenzi. L’idea gli piace. E forse è proprio questo il progetto che mi porto a casa da questa intervista.
Non raccontare semplicemente le opere di Marco Martalar. Ma costruire un modo nuovo per raggiungerle. Pedalando. Con il tempo necessario per ascoltare il bosco.
Perché il viaggio è l’opera
Ero partita con l’idea di scrivere un articolo sulle grandi sculture nate dalla tempesta Vaia. Torno invece con qualcosa di diverso. Con la consapevolezza che il Drago, l’Aquila o il Cervo non sono il traguardo. Sono l’inizio. L’invito ad abbandonare la fretta. A scegliere una strada secondaria. A fermarsi in un prato. Ad ascoltare il vento tra gli abeti. In fondo è anche questo lo spirito del gravel.
Non cercare la strada più veloce. Ma quella che ci permette di tornare a casa con qualcosa in più. Mi auguro che chi percorrerà l’itinerario delle opere di Marco Martalar lo faccia con questo spirito. Perché, dopo aver parlato con lui, una cosa mi è diventata chiarissima. Le sue sculture non sono la destinazione. Il vero capolavoro è il viaggio.
Dopo questa intervista è stato impossibile chiudere il taccuino e tornare a casa. Le parole di Marco hanno fatto nascere un’idea: se le sue opere sono un invito a rallentare e a vivere il bosco, perché non trasformarle in un vero viaggio in bicicletta?
Da qui nasce “Sulle tracce di Martalar”, un itinerario gravel che ho progettato per Gravel Magazine e che collega alcune delle sue sculture più iconiche attraverso strade secondarie, forestali, vecchie mulattiere e passi di montagna. Presto vi racconteremo di più.