7 Aprile 2026

La leggerezza dell’avventura: il mondo gravel secondo Francesca Saccu

Cosa significa fare gravel per un'atleta che ha gareggiato a livello internazionale nella mountain bike: la nostra intervista a Francesca Saccu.
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Se il vostro feed di Instagram è caratterizzato da contenuti a tema ciclismo prima o poi vi sarà capitato di imbattervi in un post o un reel di Francesca Saccu. Talvolta in sella ad una mountain bike, altre su una enduro oppure su una gravel. La storia ciclistica dell’atleta ligure, classe 1999 di Cisano Sul Neva e con grande seguito sui social, è fatta di multidisciplinarietà, anche se fino al 2023 il centro della sua carriera è stata la MTB.

Un percorso di livello internazionale, che l’ha vista sul podio dei Campionati Italiani U23 nel 2021 e dei Campionati Italiani Assoluti di E-MTB nel 2023, in entrambi i casi al terzo posto. Nel 2019 ha debuttato in Coppa del Mondo e 2 anni dopo ha vestito la maglia della Nazionale ai Mondiali XCO U23 in Val di Sole.

Dal 2024 il mondo ciclistico di Francesca Saccu è cambiato con l’inizio della partnership con il brand spagnolo Orbea, che ha segnato anche il suo avvicinamento al mondo gravel. La sua storia è un mix tra pedalate e social, tra mente e muscoli, nel segno di una travolgente leggerezza, la stessa con cui – citando uno dei suoi ultimi reel – “se passi troppo tempo con me, ti convincerò a diventare un/a ciclista e organizzare un bikepacking quest’anno”.

Partiamo dall’inizio. C’è stato un momento in particolare in cui ti sei avvicinata al ciclismo?

Ho iniziato sin da piccina perché mio papà andava in bici. Faceva windsurf, poi ha scoperto la bici e da lì ho iniziato anch’io. Facevo le garette sul triciclo che i miei avevano vinto con i punti della Pampers, con quei caschi della Michelin gialli con la visiera! A Laigueglia, dove ho vissuto i primissimi anni, c’era questa garetta di Natale e lì avevo iniziato, ma erano molto goliardiche. Poi sono passata a una piccola Olmo, ho tolto le rotelle e ho iniziato a fare gare all’età di otto anni, nella categoria G3.

Da subito hai provato un po’ tutto: mountain bike, ciclocross, strada. Cosa ti ha spinto a scegliere infine la MTB?

Banalmente, mi divertivo di più. Su strada contava tanto la squadra. Anche affrontare delle sezioni tecniche sul tracciato, oppure provare il percorso il giorno prima: tutte queste dinamiche tipiche del cross country sono quelle che poi mi hanno fatto appassionare. Il ciclocross mi è sempre piaciuto, ma semplicemente non ho abbastanza forza per spingere. Cioè faccio schifo [ride].

Nel prosieguo della tua carriera hai fatto anche gli italiani di e-MTB, adesso gravel… La bicicletta alla fine ti piace in tutte le sue forme.

Sì, ho provato un po’ di tutto. Negli ultimi tre anni ho iniziato anche a sbloccarmi tanto in discesa girando parecchio in park. Poi è il terzo anno che sono con Orbea e mi hanno fornito una Occam, una bici da trail e enduro. Grazie a quella sono riuscita a migliorare parecchio nella guida e per questo motivo ho provato anche una gara di enduro.

E com’è andata?

In verità non bene perché ho avuto un problema a un ginocchio, che in realtà ho sin da quando sono piccolina, legato all’articolazione e questo ha fatto sì che avessi un forte dolore. Oltretutto avevano calcolato male le tempistiche della seconda risalita, le hanno fatte troppo strette e quindi tra dolore al ginocchio, in salita dovevi menare… È stata una prima esperienza, dai.

Quando ti guardi indietro qual è il ricordo più bello degli anni da professionista in MTB?

Forse proprio i Mondiali in Val di Sole che, purtroppo, non sono andati come avrei voluto. Ho avuto una brutta caduta in gara che mi ha rallentato parecchio, tanto che non riuscivo a respirare. Però quello è stato il coronamento di un sogno. Tutti quelli che fanno agonismo sin da piccoli sognano di correre alle Olimpiadi, ma a parte che quello era il sogno più alto possibile, prima c’erano altri sogni di un certo peso che volevo raggiungere. In primis gareggiare in Coppa del Mondo e riuscire, poi, a indossare la maglia della Nazionale Italiana, e riuscire a farlo nell’ultimo anno da Under-23 era qualcosa di incredibile. Oltretutto erano i Mondiali in casa sul mio percorso preferito in assoluto.

Ti sei avvicinata al gravel una volta iniziata la collaborazione con Orbea o riuscivi a ritagliarti un po’ di tempo anche durante il periodo agonistico?

Mi ci sono avvicinata più di recente al mondo gravel. Sinceramente lo devo ancora scoprire per bene. Sono proprio agli inizi. L’ho approcciato con delle ride con Orbea, in occasione magari dell’Italian Bike Festival, piuttosto che quelle organizzate con i propri rivenditori, come a Rivoli, sopra Torino. Pian piano ho iniziato a fare giri con amici e abbiamo fatto anche un bikepacking l’anno scorso che è stato tosto però divertente. Quest’anno poi, avendo concluso gli studi, mi sono tolta un bel peso e posso organizzare qualche bikepacking in più o giri da un po’ di ore fuori.

È stata una tua iniziativa o ti hanno convinto a fare bikepacking?

Noi siamo molto amici di Simone Avondetto (campione europeo MTB XCO 2024 e vice-campione mondiale XCO 2025, nda): il mio ragazzo e suo fratello abitano nello stesso paese di Simone quindi si conoscono da una vita. Suo fratello ha proposto di andare a vedere Simone in gara a Crans Montana, visto che non è troppo lontano, e fare questa follia di tre giorni. È stata una loro idea a cui io mi sono accodata e abbiamo iniziato a pensare a come organizzarla.

Che difficoltà hai incontrato in quel viaggio?

Il primo giorno è stato il più tosto perché abbiamo fatto 189 km e quasi 4000 di dislivello, scavallando per andare in Piemonte. Abbiamo fatto subito il Nivolet, una menata, e poi tutto sali e scendi fino alla Valle d’Aosta. Per me è stata una giornata nera perché ha coinciso ovviamente con l’inizio di quei giorni per una ragazza, quindi puoi immaginare… Ero non un cadavere, di più. Poi ha piovuto la prima parte e ha tirato vento. Avrei preferito un battesimo più soft però è stata un’esperienza anche quella. Il giorno dopo gli altri hanno fatto un percorso un po’ più impegnativo, io non stando al 100% ho dovuto deviare e ho fatto il Gran San Bernardo che comunque è un’altra salita interessante. In generale mi è piaciuto tantissimo di questo viaggio il paesaggio. Pur avendo giornate pesanti, mettici anche le borse belle cariche con tutto il necessario sia per il viaggio sia per stare tre giorni a Crans Montana, è stato fighissimo fare queste salite e questi sterrati, passando per dei paesaggi stupendi. Il più bello è stato in cima al Nivolet. Spettacolare.

Da atleta che ha gareggiato ai massimi livelli, il mondo gravel cosa ti dà di diverso?

Mi piaceva gareggiare su strada ma c’era qualcosa che mi mancava. Dall’altra parte in mountain bike mi mancava un po’ la velocità della strada. Il gravel lo vedo come un qualcosa che unisce questi due aspetti, ma come ti dicevo sono solo agli inizi, quindi devo scoprirlo e voglio provare ad affrontarlo intanto con un’ottica diversa. Ho questa possibilità di godermi ciò che c’è intorno. In tanti anni di agonismo alle spalle non c’è quasi mai stato questo aspetto di fermarsi a godere ciò che ti circonda, cioè farti un giro giusto per il piacere di farlo. Perlomeno te lo godevi fino a un certo punto perché comunque in trasferta per la gara non potevi andare a visitare il paese o se lo facevi giusto due passi, perché altrimenti affaticavi le gambe e tutte queste cose. Il gravel è una nuova chiave di lettura del ciclismo, quindi una nuova versione di me inserita nel mondo del ciclismo. Mi dà un senso di avventura e di leggerezza che, appunto, per quanto prima mi piacesse seguire le tabelle perché sono una molto metodica – cosa che ha i suoi pro e contro – è anche una sfida per me riuscire a fare magari tre ore senza un piano ma giusto per il piacere di pedalare.

I tuoi percorsi preferiti?

Ti direi ai sentieri di casa mia. C’è un paesino qua sopra che si chiama Castelvecchio di Rocca Barbena che è un posto suggestivo con questo castello antico su una roccia e tutte le casette super carine. Lì intorno ci sono tanti sentieri che mi piacciono tantissimo, poco lavorati e molto naturali. Mi ci sono allenata tantissimo in preparazione al Mondiale, quindi mi ricorda anche un periodo felice. Poi una salita che mi è rimasta nel cuore è il Galibier. Anche l’Alpe d’Huez, anche se lì sono andata in crisi nera però era bella lo stesso. Infine come ti dicevo prima la Val di Sole, di cui mi ero innamorata la prima volta in Coppa del Mondo da Under-23 qualche anno prima del Mondiale.

Nel 2024 hai ancora attaccato il pettorale in alcune gare di cross country. Ti vedi in gara anche in gravel?

Dico sempre “mai dire mai” perché mi piace mettermi alla prova e in difficoltà, nel senso positivo del termine cioè di vedere fin dove posso arrivare. Ti dirò, nelle gare gravel con tanto dislivello magari potrei provare a prepararmi. Deve essere gara vera, perché la vena agonistica ce l’ho un po ‘in tutto. Per ora il gravel mi sta aiutando tanto a vivere gli eventi e ciò che mi accade godendomi l’esperienza e senza focalizzarmi al 200 per cento sul risultato finale, cosa che prima per me era fondamentale. Al tempo stesso però se devo fare una gara voglio andarci per essere competitiva, non ti dico con le prime perché è un contesto nuovo, però neanche a farmi la passeggiata. In gara voglio ottenere certi valori, se questo porta anche ad un risultato in classifica ben venga.

Da poco hai completato il percorso magistrale in Psicologia Clinica. Come hai conciliato la vita in bici e lo studio?

Sono sempre stata una persona molto metodica e con un forte senso della disciplina. Da una parte mi ha permesso di portare avanti un percorso di studi ottenendo dei bei risultati. Dall’altra non era un un metodo di approccio particolarmente salutare. Non sgarrare mai da una parte mi ha aiutato a riuscire ad essere performante, dall’altra però potessi tornare indietro me la vivrei in maniera più leggera. Ho imparato durante il corso della magistrale a trovare un equilibrio: ho dovuto rallentare il ritmo ad un certo punto perché lo stress era tale che purtroppo non ero più riuscita a dare esami. Sostanzialmente il mio corpo chiedeva un attimo di pausa perché era un ritmo insostenibile e facendo un percorso con la mia psicoterapeuta ho imparato a trovare la giusta dimensione e il giusto tempo da dedicare ad un aspetto piuttosto che all’altro, senza dover rincorrere l’eccellenza.

Hai scelto di studiare psicologia anche pensando a come poteva influenzare la tua la tua carriera sportiva?

La scelta di psicologia era la mia seconda opzione perché in primis volevo fare medicina e poi specializzarmi in neurochirurgia. Dall’altro lato la psicologia mi interessava moltissimo, mi affascinava vedere come la testa influenzasse il rendimento fisico, aspetto che fino a neanche troppi anni fa era totalmente sottovalutato. Il mio interesse per la psicologia, prima con la triennale a Genova e poi la magistrale a Torino, è diventato sempre più una passione, tanto da aver fatto un corso di perfezionamento in Psicologia dello Sport. Ho trovato sostanzialmente la mia dimensione alla fine, unendo le mie due passioni, quindi il mondo sportivo e dell’atleta e quello della mente.

Tutto questo poi lo trasmetti anche sui social. Ma quanto possono distrarre dalle esperienze che che fai in bicicletta?

Mi è sempre piaciuto fare foto e video, giusto per ricordarmi di quel momento. C’è quel detto per cui bisogna godersi il momento, però voglio anche una foto o un video per rivivermelo, perché magari è stato talmente bello che a distanza di mesi o anni voglio andare a rivederlo. È sempre stato molto naturale, è partita condividendo il weekend di gara, il giro fatto durante la settimana piuttosto che la nuova divisa… Adesso sto cercando un po’ di aprirmi e uscire dalla mia comfort zone perché sono molto timida in verità, non sono una che entra a gamba tesa, quindi ad esempio prima di postare un contenuto inizio a pensare a mille scenari possibili, dico “Oddio ma sta roba piacerà?”. Quindi cerco anche di condividere cose più spiritose e leggere che è un aspetto che sto cercando di sviluppare e migliorare pian piano. Però mi piacerebbe anche portare un po’ di contenuti sulla psicologia dello sport, condividendo effettivamente quelli che sono i miei due mondi.

Se incontrassi la Francesca che gareggiava in MTB, o una collega che in questo momento sta gareggiando in Coppa del Mondo, cosa diresti per invogliarla a provare il gravel?

Le direi che potrebbe essere una una bella scoperta. Una scoperta di leggerezza. Pensando ai contesti, diciamo molto stressanti, sia vissuti in prima persona negli anni passati sia ad una collega che corre ai massimi livelli, è necessario avere dei momenti di leggerezza e di spensieratezza. Una piccola bolla momentanea in cui prendersi i propri tempi e non stare dietro ai valori che ti dice il Garmin. Lo consiglierei per sé stesse, per trovare il proprio spazio e il proprio ritmo.

Il tuo sogno nel 2026?

Forse forse un altro bikepacking. Quest’anno c’è di nuovo il Mondiale MTB in Val di Sole quindi chi lo sa che magari non decida di andare in quella direzione! Gare non credo di disputarne, però un mio obiettivo è tornare in sella, sia arricchita di questa leggerezza che ritrovando i miei valori di qualche anno fa, per riuscire ad essere una nuova versione di biker.

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