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12 Giugno 2024

Non è questione di superpoteri

L’intervista a Kevin Ferrari, l’avventuriero che racconta la gravel.
Kevin Ferrari copertina

Lombardo di sangue, ma trapiantato a Trento da una decina d’anni, Kevin Ferrari è un giovane ingegnere ambientale d’indole solare e dalle mille passioni. Tuttavia, non è stato sempre così: all’età di 18 anni ha avuto un incidente mentre viaggiava in sella della sua enduro, che ha comportato l’amputazione di una gamba e la ricostruzione di buona parte dell’altra. Il mondo che conosceva, come lo conosceva, si è fermato per un istante e durante i mesi d’ospedale ha dovuto reimparare a camminare (metaforicamente e letteralmente parlando). I medici, come ha raccontato a Gravel Magazine durante quest’intervista, non gli avevano dato grandi speranze di poter salire nuovamente su due ruote, spingendolo piuttosto verso il nuoto agonistico, sport dove Kevin ha incanalato per anni la profonda voglia di vivere che lievitava dentro di lui. Poi, Cupido lo colpisce con la sua freccia e fa esplodere non uno, bensì addirittura due amori: per Silvia e per le avventure in bici. La gravel entra nella sua vita di lì a breve: galeotta fu la Tuscany Trail.

Piacere di conoscerti, Kevin. Che storia la tua, no?

Piacere mio! Beh sì ecco, per me è semplicemente la storia di un ragazzo di poco più di trent’anni, che ama stare all’aria aperta, tra le montagne e le strade sterrate, a ridere e condividere esperienze e fatiche con gli amici. Sono grato alla vita, certamente, per questo me la vivo appieno, ma sono convinto che lo dovremmo fare un po’ tutti, senza per forza attendere il giorno in cui viene messa a repentaglio.

Hai deciso di viverla appieno faticando su una gravel. Com’è nato questo amore?

Nonostante i dottori mi avessero detto che non sarei più potuto salire su due ruote, un giorno mi sono intestardito e ho deciso di lanciarmi dentro ad un negozio di biciclette. Mi son piazzato davanti al proprietario e gli ho detto di voler provare. E così è stato, pian piano, come un neofita che, una tappa dopo l’altra, arriva a sfrecciare sugli sgancio rapido. Nulla di speciale, non credi? [Touchè n.d.r].

Dopo aver preso sufficiente sicurezza, con Silvia, la mia fidanzata, nel 2019, abbiamo fatto la ciclovia di Dobbiaco. 300 km in tre, quattro giorni di viaggio con gli zaini in spalla, totalmente disorganizzati. Condividere quell’esperienza, la fatica, le sensazioni che i panorami visti dalla sella possono suscitare, mi ha mosso qualcosa dentro. Questo, però, ancor prima di conoscere la gravel.

A presentarmi la regina dell’allroad è stato un amico, Alessandro Bellio: era una bici che permetteva di fare avventure, con la tenda e tutto il necessario finalmente ben organizzato, vedere bei luoghi nella comodità, ma allo stesso tempo nella velocità.

Poi la Corsica, sempre con Silvia.

E la Tuscany Trail

Esatto, la Tuscany Trail è entrata nella mia vita dopo un anno, ed è stato proprio quell’evento a farmi appassionare alla gravel, alla sua filosofia e alla libertà che questa bici mi fa provare. Il Tuscany Trail mi ha dato l’ossigeno per alimentare la scintilla che Alessandro Bellio aveva fatto scattare.

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Cos’ha di speciale questo evento?

Beh senza alcun dubbio la Toscana è una terra che ha una sua magia. Però, nel mio caso, questo evento significa molto di più. È l’evento che mi ha lanciato nei social, mi ha fatto capire quale fosse il mio posto nel mondo e la mia nicchia. Inoltre mi permette di nutrire la mia incessante voglia di mettermi in gioco, di sfidare i miei limiti.

Sei appena tornato dall’edizione 2024. Soddisfatto di come è andata?

Non immagini nemmeno quanto! Quest’anno sono partito con un obiettivo ben preciso: riuscire a completare il percorso in tre giorni, quindi un giorno in meno rispetto alla mia media. Un’impresa, visto che comunque è un unsupported con forte dislivello [470 km con più di 6500 m d+]. Se ci siamo riusciti è stato merito dei due amici, molto forti, che mi hanno accompagnato, Giulio Rizzo e Giulio Soffiati. Abbiamo spinto e, quando vedevano che iniziavo a faticare, mi aiutavano senza nemmeno dover parlare. Questo gioco di squadra ha permesso di raggiungere il mio/nostro obiettivo.

Abbiamo pedalato otto ore al giorno, addirittura dieci l’ultimo, dormivamo all’addiaccio e ciò non permetteva sicuramente di riposare bene. Insomma, una sfida che si può superare solo se la testa è ben allenata.

L’amicizia mi ha sempre aiutato a rimanere concentrato sulle mie mete, sui miei sogni e a non perdere la rotta. E tra l’altro la cosa bella è che questo tipo di avventure ti permette di condividere e fa uscire l’animo sociale e collettivo dell’essere umano. L’ambiente gravel fa scaturire proprio questo tipo di sentimento: un’avventura di gruppo, con ricordi di gruppo. 

Tornando a quello che dicevi sui social, sei diventato una sorta di idolo per i gravellisti e un po’ per chiunque ti segua. Come ti fa sentire questa cosa?

Non mi piace che la gente mi veda come un supereroe. Non c’è nulla di eroico nel voler ricostruire una vita degna di essere vissuta. Ho anche io, come tutti, i miei momenti di sconforto, le paranoie per i difetti, le insicurezze. E allo stesso modo non mi differenzio dagli altri quando si tratta di condurre la mia quotidianità da giovane ragazzo. La bici che pedalo non ha nulla di diverso dalle altre, certo, manca un pedale come manca una gamba a me, ma i tracciati che percorro sono esattamente gli stessi di chiunque altro. Non è questione di superpoteri, bensì di consapevolezza del proprio corpo, un istinto che esiste dentro tutti noi, ma va alimentato, istruito. Devo prestare più attenzione durante gli stop, o durante le salite e se la strada è troppo difficile, ho bisogno di un supporto. Ma questo non mi fa sentire diverso.

Un canale YouTube, una pagina Instagram molto attiva e una collaborazione con Canyon

Sì, quello che dicevo prima sull’aver trovato la mia nicchia sta proprio qui: ho sempre voluto raccontare le mie avventure e condividerle in qualche modo con il mondo, ma non sapevo bene come fare. Ho iniziato a popolare di video molto homemade e spesso anche buffi un canale YouTube, che rapidamente ha raggiunto ben 1500 iscritti. Per Instagram è stato lo stesso. Il Tuscany Trail mi ha permesso, accorgendomi che altri partecipanti mi riconoscevano e seguivano, di capire quale fosse il mio target e, quindi, migliorare i miei contenuti. I social poi mi hanno permesso anche di arrivare, con non poca fatica, alla porta di grandi marchi, come Canyon, che ad oggi mi supporta. 

Nel mio rapporto con i social c’è proprio questo binomio: lavoro e voglia di raccontarmi, condividere. Anche di spronare chi è in un momento di difficoltà, se si vuole vederla così, perché una spinta, una mano tesa, una parola di conforto fanno bene a tutti.

Grazie Kevin e alla prossima avventura!

Guarda qui il video YouTube della Tuscany Trail 2024 

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