15 Settembre 2025

Scoprire il mondo in sella a una gravel: i viaggi di @supersozzi

Italia, Islanda, Cappadocia, Namibia: per Alessandro Sozzi e la sua compagna d’avventure a due ruote non esiste confine che sia invalicabile.

Attraversare le Highlands della Terra del Ghiaccio e del Fuoco. Raggiungere i Camini delle Fate per ammirare il volo delle iconiche mongolfiere turche. E ancora, pedalare sulle strade desertiche della Namibia, abbandonandosi all’atmosfera surreale dei suoi paesaggi. Sembrano le ambientazioni di un bestseller di Jules Verne, invece sono tutte fotografie prese dal profilo social di Alessandro Sozzi (su Instagram, appunto, @supersozzi). Nato e cresciuto a Lecco, immerso tra lago e montagne, Alessandro ci racconta come la gravel bike sia diventata la migliore compagna per viaggiare alla scoperta del mondo.

Ciao Alessandro, piacere di conoscerti. Come ti sei avvicinato al ciclismo e, nello specifico, al Gravel?

Ciao, piacere mio, vi leggo sempre volentieri. Dunque, riavvolgendo un po’ il nastro della mia vita: ho praticato per anni mountain bike, passando poi alle gare di cross country a livello amatoriale. Con l’adolescenza la passione è andata scemando e ho smesso completamente di pedalare. Per puro caso, dopo un infortunio, sono stato alla prima edizione dell’Italian Bike Festival. In quell’occasione, ho avuto modo di fare un bike-test e, partendo dalla bici da strada, ho ritrovato la voglia di salire in sella. Mi mancava, tuttavia, il contatto con la natura a cui ero abituato, anche perché io sono volontario del soccorso alpino: conosco la montagna come le mie tasche. È così che ho scoperto la gravel e me ne sono subito innamorato perché mi consentiva di tornare a immergermi nella natura, in una modalità nuova, ancora più adrenalinica.

Come ti sei approcciato al bikepacking?

La prima esperienza di bikepacking è stata La Via degli Dei, un viaggio di 200 km da Bologna a Firenze. L’ho vissuta come una vera e propria prova, per capire se quella scintilla, scattata tra me e l’off road, potesse diventare fuoco e continuare ad alimentarsi. Ti dico la verità, avendo un solido background alpino, l’adattamento, il dormire in tenda e tutte le difficoltà logistiche dovute all’organizzazione del viaggio non mi spaventavano. E così è stato: ero completamente a mio agio. Sono partito in solitaria, per sfidare me stesso e vivermi l’avventura in modo autentico.

E ti sei appassionato: com’è girare per il mondo in gravel?

Sì, esatto, è diventata una passione. Dopo il primo bikepacking mi sono subito messo a pianificare il successivo. Volevo provare a spingermi più distante e, potendo solo approfittare delle settimane di ferie dal lavoro, l’idea era di puntare a una meta nuova, che avevo già nella mia wish-list dei luoghi da visitare. Così mi sono concentrato sull’Islanda, una terra magica che mi attraeva da molto tempo. È stata un’esperienza tecnica e impegnativa: ho pedalato per 750 km, in nove giorni, sulle Highlands, attraversando l’isola da oceano a oceano. È, di per sé, un posto molto sicuro per girare in bicicletta, in molti la visitano seguendo la Ring Road, che però è su asfalto, io ho preferito trovare la mia via, su sterrato. Si dorme tanto in libera, essendo l’Islanda molto selvaggia e con poche zone di ristoro. Ho trovato tanta pioggia e sofferto il freddo, ma proprio per questo è stato un viaggio illuminante: ho capito sulla mia pelle cosa non deve mai mancare nelle borse e cosa fosse inutile, in occasione di una seconda avventura.

Che è stata in Turchia, nella terra delle mongolfiere…

Dopo l’Islanda è arrivata la Cappadocia. In questo secondo viaggio ho avuto la fortuna di ottenere degli sponsor che sostenessero alcune delle spese, come Givi Bike, per le borse, rh+ o Limar. In Turchia ho fatto un giro ad anello di 400 km, in soli 4 giorni. Lì mi sono imbattuto in difficoltà che non avevo calcolato: il Paese non è affatto attrezzato per accogliere i ciclisti e bisogna stare particolarmente attenti ai cani. Non tanto quelli randagi (che sono chippati, e docili), quanto piuttosto i kangal, i cani che proteggono i greggi, che sono molto grossi e pericolosi. Un giorno sono stato attaccato da alcuni di loro, mi viene ancora la pelle d’oca, al pensiero. Fortunatamente sono riuscito a scappare, ma un consiglio è proprio quello di avere con sé dello spray al peperoncino, per eventuale difesa.

La mia avventura in Cappadocia è stata breve, ma molto intensa. Il terreno è molto impegnativo, argilloso e si infilava costantemente nelle ruote. Non è stato facile, anche a livello logistico: non esistono voli diretti per raggiungerla e c’è un servizio di trasporto pessimo per chi si sposta in bici. Nonostante ciò, ho visto dei paesaggi mozzafiato, che valeva davvero la pena vivere.

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Diversamente dagli altri, l’ultimo viaggio, in Africa, l’hai fatto con un amico: com’è andata? Meglio soli o accompagnati?

Corretto! Quest’estate la meta prescelta per il bikepacking è stata la Namibia e ho deciso di affrontare il viaggio non più in solitaria, bensì con un mio carissimo amico. È chiaro, viaggiare in compagnia cambia totalmente la prospettiva: i miei primi due viaggi sono stati introspettivi, mentre in questa nuova modalità ho vissuto un’esperienza condivisa, decisamente più tranquilla. A maggior ragione perché essendo un Paese prettamente desertico, il tutto andava organizzato nei minimi dettagli, con i carichi giusti, partendo dalla consapevolezza di dover portare molti litri d’acqua ad ogni spostamento. Abbiamo pedalato per circa 1200 km, spesso ricoperti di sabbia, mosche e moscerini, ma, allo stesso tempo, viaggiato durante tramonti suggestivi e visto luoghi che noi occidentali non riusciremmo nemmeno ad immaginare. Se preferisco i bikepacking in solitaria? Dipende dalle necessità del periodo. In Islanda e in Cappadocia sono partito da solo perché ne avevo bisogno, oltre a voler tararmi e capire le dinamiche del viaggio in gravel. Nel caso della Namibia, invece, è nato tutto come un viaggio di piacere, che abbiamo progettato in due sin dal primo momento. Certamente, per fare un’esperienza del genere è necessario essere ben sintonizzati. Inoltre, viaggiare in compagnia offre numerosi vantaggi logistici e di supporto psicologico e fisico. Ogni scelta dipende dal valore che si dà al viaggio che si sta per compiere. Ed è una scelta totalmente personale, non esiste un meglio e un peggio.

Con che bici viaggi e qual è l’assetto che hai studiato?

Fino ad ora ho viaggiato con una gravel entry-level in alluminio, con freni a disco meccanici, e posso dire che mi son sempre trovato molto bene. È robusta, facile da riparare e comoda per gli spostamenti in aereo. Consiglio, assolutamente, le ruote tubeless per ridurre il rischio di forature. A proposito di foratura, i tool che nella mia esperienza ritengo necessari per un bikepacking sono:

  • due camere d’aria di ricambio e leve cacciagomme;
  • toppe e vermicelli e fascette da elettricista;
  • una piccola pompa manuale;
  • lubrificante per catena;
  • multitool con smagliacatena.


Per i viaggi lunghi, inoltre, consiglio di portare sempre con sé un copertone di scorta. 

Per quanto riguarda l’assetto a 360°, molto dipende dalla tipologia di viaggio che si deve affrontare. Nel caso della Namibia sono partito con:

  • una borsa da manubrio, dove metto tenda e materassino; 
  • borse da forcella (cinque litri cadauna) per le bottiglie d’acqua, o l’attrezzatura per fare da mangiare, come fornellino e bomboletta del gas, e i viveri;
  • borse posteriori, con vestiti, piumino, guscio e cose più morbide; 
  • una borsa centrale grossa con sacco a pelo pesante, drone e attrezzatura fotografica;
  • una borsetta top tube per snack e documenti.

 

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Hai un ultimo consiglio per chi vuole partire per il suo primo bikepacking?

Per provare l’esperienza del bikepacking, consiglierei di iniziare dai piccoli giri, magari in compagnia, in modo tale da condividere sia le gioie sia i momenti difficili. Secondo me, il chilometraggio ideale per i principianti è di circa 70 km al giorno. Molto dipende, tuttavia, dalla preparazione fisica e dallo spirito di adattamento che si ha. Infine, è inutile girarci intorno, bisogna fare esperienza, lanciarsi, perché per quanto si possa pianificare, gli imprevisti capiteranno sempre. Ed è anche questo il bello del bikepacking.

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